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#Padovamondo - "Paesaggi di cooperazione" di Marco Zuin

"Qui dentro, in questo unico mondo di infiniti paesaggi, ci siamo anche noi."

Paesaggi di cooperazione

Da dove nasce?

Il documentario nasce nel percorso PadovaMondo, iniziato nel 2019 da numerose associazioni con l'idea di invitare per una settimana in città nel 2020, durante Padova Capitale del Volontariato, numerosi ospiti internazionali, testimonial della vasta rete di relazioni costruite dalla cooperazione patavina con il mondo.
Poi è arrivata l'epidemia di Covid 19 che ha messo tutto in discussione.

La cooperazione non si è fermata e le associazioni hanno dato vita a “Padovamondo - Raccontare la cooperazione” con lo scopo di raccogliere dai partners, amiche ed amici, le storie di quello che stava succedendo nel tempo del Covid 19 nell'intero pianeta.
Una carrellata di storie e vissuti, che dopo aver circolato nei social, sono ora raccolti in una rubrica a cura dell'Assessorato Pace, Diritti Umani e Cooperazione in Padovanet.

Da qui il desiderio di proseguire nel lavoro di narrazione valorizzando il paesaggio come mediatore di relazioni.

L'incontro con il regista Marco Zuin, regista fondatore di Videozuma ha reso possibile un inedito percorso partecipato per raccontare "i paesaggi della cooperazione".

È stato un percorso complesso.

Nella prima fase ci si è rivolti ai partner delle associazioni padovane in tutto il mondo perché realizzassero, secondo indicazioni elaborate dal regista e tradotte in quattro lingue, brevi riprese in cui far vedere con i loro occhi lo scorrere dei paesaggi quotidiani. Sono arrivati oltre 300 frame da una ventina di paesi.

Nella seconda fase le associazioni e i partner hanno scavato tra le foto del loro passato per cogliere i cambiamenti che la cooperazione crea nel paesaggio.

Nella terza e ultima fase le associazioni hanno condiviso le loro riflessioni sul paesaggio inteso come relazioni e vissuto che ti attraversa, ti cambia e ti connette, rispondendo ad una griglia di domande aperte. I molti stimoli sono stati elaborati da Francesca Boccaletto e sono diventati la voce narrante del documentario con Maria Roveran.

L'intero lavoro ha rappresentato un interessante laboratorio di messa in comune delle proprie diversità, arricchendo i reciproci punti di vista.

Perché, come ha affermato il regista Marco Zuin durante l'anteprima,che si è svolta a Padova il 25 settembre 2020 all'interno di Solidaria "... non è solo la natura che crea il paesaggio ma anche le persone che lo animano di relazioni. Le immagini ci portano dentro a quello che si vive ogni giorno in un mondo che noi percorriamo insieme. Costruiamo i paesaggi perché siamo i paesaggi".

Il 20 ottobre la Convenzione europea del Paesaggio compie vent'anni, una Carta importante che definisce il paesaggio “una porzione di territorio così come è percepita dalle popolazioni il cui carattere deriva dai fattori naturali e umani e dalle loro interrelazioni” e il documentario breve di Zuin "Paesaggi di cooperazione” lo dimostra.

L'iniziativa si inserisce nel percorso del tavolo "Pace, diritti umani e cooperazione internazionale" di Padova capitale europea del volontariato 2020.

Intrecci di relazioni

Il documentario Paesaggi di cooperazione è stato presentato in anteprima il 25 settembre 2020 al Cinema Esperia durante la settimana di Solidaria.

Una piacevole e partecipata serata in presenza in cui l'anteprima del lavoro di Marco Zuin è stata accompagnata dalle musiche di News Landscapes e Arte Migrante e dall'animazione di Bel Teatro.

Nella serata Sara Bin del Coordinamento Tavolo “Pace, cooperazione internazionale e diritti Umani” di Padova Capitale Volontariato 2020, ha ripercorso le tappe che hanno portato numerose associazioni padovane ad intraprendere insieme il percorso di #Padovamondo.

Gli interventi di Francesca Benciolini, Assessora alla Pace, ai Diritti Umani e alla Cooperazione Internazionale Comune di Padova e Emanule Alecci, Presidente del CSV si sono soffermati sull'importanza che esperienze in comune nate nel mondo associativo rivestono per l'intera città, proprio in un momento così complesso come quello creato dall'emergenza Covid 19.

Il regista Marco Zuin ha presentato il percorso innovativo che ha portato al documentario, che è stato commentato nella sua particolarità ed originalità dai professori Paolo De Stefani e Massimo De Marchi dell'Università di Padova.

In conclusione Aurora d'Agostino, Avvocata della Rete In Difesa Di, nel suo contributo parlando della grave situazione in degli avvocati in Turchia, ha sottolineato l'importanza del percorso intrapreso nella città di Padova nel sostenere i Difensori dei diritti umani.

L'intera serata intrecciando linguaggi artistici diversi ha rappresentato un tassello nell'enorme mosaico che si tratta di costruire come comunità per affrontare insieme le sfide che abbiamo di fronte in un tempo in cui "o ci si salva tutte e tutti insieme o non si salva nessuno".

La diretta della serata ha permesso alle tante amiche ed amici che hanno collaborato da luoghi distanti di essere insieme, perchè anche se si è lontani di può essere vicini.

RASSEGNA STAMPA

Da La repubblica
Un video per celebrare i 20 anni della Convenzione del Paesaggio.
Da Redattore sociale
Paesaggi di cooperazione, Padova racconta i cooperanti al tempo del Covid-19

Dalla Difesa del popolo
Paesaggi di cooperazione: un documentario che racconta le relazioni

EZLN - Quarta Parte: MEMORIA DI CIÒ CHE SARÀ

Ottobre 2020

35 ottobri fa.

Il vecchio Antonio guarda il fuoco che resiste alla pioggia. Sotto il cappello di paglia gocciolante, con un tizzone, accende la sua sigaretta arrotolata con una foglia. Il fuoco si mantiene, a volte nascondendosi sotto i tronchi; il vento lo aiuta e con il suo alito ravviva le braci che arrossano di furia.

L'accampamento è quello chiamato “Watapil”, nella “Sierra Cruz de Plata” che si trova tra le braccia umide dei fiumi Jataté e Perlas. Corre l'anno 1985 e ottobre accoglie il gruppo con una tempesta, preannunciando così le loro giornate. L'alto mandorlo (che ribattezzerà questa montagna nella lingua insurgente) guarda compassionevolmente ai suoi piedi quel piccolo, minuscolo, insignificante pugno di donne e uomini. Volti smunti, pelle tirata, brillante lo sguardo (forse febbre, testardaggine, paura, delirio, fame, mancanza di sonno), vestiti marroni e neri strappati, stivali deformati dalle liane che cercano di mantenere le suole al loro posto.

Con parola lenta, dolce, appena percettibile nel rumore della tormenta, il Vecchio Antonio parla loro come rivolgendosi a sé stesso:

“Per quelli del colore della terra verrà di nuovo il Despota ad imporre la sua parola dura, il suo IO assassino della ragione, la sua corruzione mascherata da elemosina.

Verrà il giorno in cui la morte indosserà i suoi abiti più crudeli. I suoi passi adornati di ingranaggi e cigolii, la macchina che fa ammalare le strade mentirà dicendo di portare prosperità mentre semina distruzione. Chi si opporrà a questo rumore che terrorizza piante e animali sarà ucciso nella sua vita e nella sua memoria. L'una con piombo, l'altra con la menzogna. La notte così sarà più lunga. Più prolungato il dolore. La morte più mortale.

Gli Aluxo´ob(*) allerteranno allora la madre e così diranno: “Viene la morte, madre, viene ammazzando”.

La terra madre, la prima, allora si sveglierà – scuotendosi di dosso il sonno di pappagalli, are e tucani -, reclamerà il sangue dei suoi guardiani e guardiane e, rivolgendosi alla sua prole, così dirà:

“Vadano gli uni a deridere l'invasore. Vadano le altre a reclamare il sangue fratello. Che non vi spaventino le acque, che non vi scoraggino freddo né caldo. Aprite strade dove non ci sono. Risalite fiumi e mari. Navigate le montagne. Volate su piogge e nuvole. Siate notte, siate giorno, andate di buon mattino ed allertate il tutto. Molti sono i miei nomi e colori, ma uno è il mio cuore, e la mia morte sarà anche quella del tutto. Non vergognatevi dunque del colore della pelle che vi ho dato, né della parola che ho piantato nelle vostre bocche, né della vostra dimensione che a me vi tiene vicini. Vi darò luce nello sguardo, riparo alle vostre orecchie e forza nei vostri piedi e braccia. Non temiate i colori e i modi diversi, né le strade differenti. Perché uno è il cuore che vi ho ereditato, uno l'intendimento ed uno lo sguardo”.

Quindi, sotto l'assedio degli Aluxo´ob(*), le macchine dell'inganno mortale crolleranno, spezzata la loro superbia, la loro avarizia. Ed i potenti porteranno da altre nazioni i lacchè che compongono la morte decomposta. Controlleranno le viscere delle macchine di morte e troveranno la ragione del loro affanno e così si diranno: «sono piene di sangue». Tentando di spiegare la ragione di quella terribile meraviglia, così annunceranno ai loro padroni: «non sappiamo perché, sappiamo solo che è sangue dell'erede del sangue originario”.

Poi, il male pioverà su se stesso nelle grandi case dove il Potente si ubriaca e abusa. L'ingiustizia entrerà nei suoi domini e invece dell'acqua, il sangue scorrerà dalle sorgenti. I suoi giardini appassiranno e così il cuore di coloro che li lavorano e servono. Il potente quindi porterà altri vassalli per usarli. Verranno da altre terre. E nascerà l'odio tra uguali incoraggiato dal denaro. Ci saranno lotte tra loro e la morte e la distruzione arriveranno tra coloro che condividono storia e dolore.

Coloro che prima lavoravano la terra e ci abitavano, ora convertiti in servi e schiavi del Potente sui suoli e nei cieli dei loro antenati, vedranno arrivare la disgrazia nelle loro case. Perderanno le loro figlie e i loro figli, annegati nel marciume della corruzione e del crimine. Tornerà lo «ius primae noctis» con cui il denaro uccide l'innocenza e l'amore. E le ragazze saranno strappate dalle braccia delle madri e la loro giovane carne sarà presa dai Signori per soddisfare la loro viltà e bassezza. A motivo dei soldi il figlio alzerà la mano contro i suoi genitori e il lutto vestirà la loro casa. La figlia si perderà nell'oscurità o la morte, la sua vita e il suo essere uccisi dai Signori e dal loro denaro. Malattie sconosciute attaccheranno chi ha venduto la propria dignità e quella dei suoi per pochi denari, chi ha tradito la propria razza, il proprio sangue e la propria storia e chi ha sollevato e diffuso la menzogna.

La madre Ceiba, la sostenitrice dei mondi, griderà così forte che anche la più lontana sordità sentirà il suo pianto ferito. E 7 voci lontane le si avvicineranno. E 7 braccia distanti la abbracceranno. E 7 pugni diversi le si uniranno. La Ceiba Madre solleverà quindi le sue chiome e i suoi mille piedi scalceranno e butteranno all'aria le strade di ferro. Le macchine su ruote usciranno dai loro tracciati metallici. Le acque traboccheranno da fiumi e laghi e il mare stesso ruggirà di furia. Allora le viscere della terra e del cielo si apriranno in tutti i mondi.

Allora la prima, la madre terra, sorgerà e rivendicherà con il fuoco la sua casa e il suo posto. E sui superbi edifici del Potere avanzeranno alberi, piante e animali, e con il loro cuore vivrà di nuovo Votán Zapata, guardiano e cuore del popolo. E il giaguaro ripercorrerà le sue rotte ancestrali, regnando di nuovo dove volevano regnare il denaro e i suoi lacchè.

E il potente non morirà senza prima vedere la sua ignorante arroganza crollare senza quasi far rumore. E nel suo ultimo respiro conoscerà il Despota che non sarà altro forse che un brutto ricordo nel mondo che si è ribellato e si è opposto alla morte che il suo comandare mandava.

E questo dicono che dicono i morti di sempre, quelli che moriranno di nuovo ma allora per vivere.

E dicono che dicono che si conosca questa parola nelle valli e montagne; che si sappia nelle gole e pianure; che la ripeta il cucù e così avverta i passi del cuore che cammina fraterno; che la pioggia e il sole la seminino nello sguardo di chi abita queste terre; e che il vento la porti lontano ed annidi nel pensiero compagno.

Perché cose terribili e meravigliose arriveranno, questi cieli e suoli vedranno.

E il giaguaro ripercorrerà le sue rotte ancestrali, regnando di nuovo dove il denaro e i suoi lacchè volevano regnare.”

Il vecchio Antonio tace e, con lui, la pioggia. Niente dorme. Tutto sogna.

  • -

Dalle montagne del Sudest Messicano.

SupGaleano

Messico, Ottobre 2020

Dal Quaderno di Appunti del Gatto-Cane: Parte II.- I cayucos.

Vi ricordo che le divisioni tra i paesi servono solo a definire il crimine di “contrabbando” e a dare un senso alle guerre. È chiaro che ci sono almeno due cose che vanno oltre i confini: una è il crimine che, mascherato da modernità, distribuisce la miseria su scala mondiale; l'altra è la speranza che la vergogna esista solo quando si sbaglia un passo di danza, e non ogni volta che ci guardiamo allo specchio. Per abbattere il primo e fare fiorire la seconda, è necessario solo lottare ed essere migliori. Il resto va da sé ed è quello che di solito riempie biblioteche e musei. Non è necessario conquistare il mondo, basta rifarlo. Salute, e sappiate che per l'amore il letto è solo un pretesto; per il ballo una canzonetta è solo un ornamento; e per lottare la nazionalità è solo un incidente puramente circostanziale.

Don Durito de La Lacandona, 1995

Il SubMoy stava dicendo a Maxo che forse sarebbe stato meglio provare con il legno di balsa («sughero» dicono qui), ma l'ingegnere navale sostiene che, poiché è più leggero, la corrente lo trascinerebbe più facilmente. “Ma avevi detto che nel mare non c'è corrente”. “Ma magari c'è”, si è difeso Maxo. Il SubMoy ha detto ai vari comitati di procedere con la prova dei: cayucos.

Si mettono a intagliare diversi cayucos. Con asce e machete hanno dato forma e vocazione marinara ai tronchi la cui destinazione originaria era legna da ardere nel focolare. Poiché il SubMoy si è assentato per alcuni istanti, sono andati a chiedere al SupGaleano se dovevano dare dei nomi alle barche. Il Sup che stava osservando il Monarca mentre sistemava un vecchio motore diesel, ha risposto distrattamente: “Sì, certo”.

Sono tornati quindi al lavoro iniziando a incidere e dipingere nomi razionali e misurati sui fianchi delle barche. Su una si leggeva: “El Chompiras Nuotatore e Salta Pozzanghere”. Un'altra: “L'internazionalista. Una cosa è una cosa e un'altra è dont fuck me, amico”. Un'altra ancora: “Arrivo subito, amore mio”. Su quella più in là: “Vai, perché mi invitano”. Quelli del puy Jacinto Canek hanno battezzato la loro “Jean Robert”, che è il loro modo di accompagnarlo nel suo viaggio.

Su un'altra si legge: “Se c'è da piangere, non manca certo l'acqua salata”, e a continuazione: “Questa barca è stata realizzata dalla Commissione Marittima del municipio autonomo ribelle zapatista – Ci criticano per aver dato nomi molto lunghi ai MAREZ e Caracoles, ma non ci importa – della Giunta di Buon Governo “E anche”. Prodotto deperibile. Data di scadenza: dipende. Le nostre barche non affondano, ma scadono, non è la stessa cosa. Assumiamo produttori di cayucos e musicisti nel CRAREZ (escluso marimba o impianti audio – perché se si bagnano poi non si possono sostituire -, ma vogliamo davvero cantare … beh, più o meno. Dipende). Questo cayuco è quotato solo nelle borse di resistenza. Continua nel prossimo cayuco…”, (ovviamente devi fare il giro del cayuco e delle pareti interne per leggere per intero il “nome”; sì, hai ragione, ci vorrà così tanto tempo prima che il sottomarino nemico trasmetta il nome completo della barca da affondare che, quando avrà terminato la barca sarà già attraccata sulle coste europee).

Il punto è che, mentre scavano i tronchi, la voce si è sparsa. L'amato Amado ha detto al Pablito che ha raccontato al Pedrito che ha informato Defensa Zapatista che lo ha riferito a la Esperanza che ha detto a Calamidad «non dirlo a nessuno» che lo ha detto alle sue «mammine» che lo hanno detto nel gruppo «noi come donne».

Quando il SupGaleano è stato informato che le donne stavano arrivando, il Sup ha alzato le spalle e ha consegnato al Monarca la chiave che chiamano spagnola, da mezzo pollice, sputando pezzi di bocchino della sua pipa.

Subito è arrivato Jacobo: “Hei Sup, il SubMoy tarda ancora?”

“Non ne ho idea”, ha risposto il SupGaleano guardando sconsolato la sua pipa rotta.

Jacobo: “Sai in quanti viaggeranno?”

Il Sup: “L'Europa del basso ancora non ha fatto sapere quanti ne possono accogliere. Perché?”

Jacobo: “Perché… è meglio che vieni a vedere”.

Il SupGaleano rompe un'altra pipa vedendo la «flotta» zapatista. Sulla riva del fiume i 6 cayucos con nomi strambi, allineati, sono colmi di vasi e fiori.

“E questo cos'è?”, chiede il Sup solo così per sapere.

“È il carico delle compagne”, risponde rassegnato Rubén.

Il Sup: “Il loro carico?”.

Rubén: “Sì, sono arrivate ed hanno solo detto “questo servirà” e se ne sono andate lasciando queste piantine. E poi è arrivata una bambina che non so come si chiama ma che ha chiesto quanto durerà il viaggio, cioè quanto ci vorrà per arrivare dove stiamo andando. Le ho chiesto perché lo voleva sapere, se è perché vanno le sue mammine o che. Mi ha detto no, era perché voleva mandare un albero, piccolino, che se il viaggio si dilungasse, l'alberello crescerebbe e potremmo bere pozol all'ombra se il sole picchia forte.”

“Ma se sono tutte uguali”, aggiunge il Sup (riferendosi alle piante, ovviamente).

“No”, dice la componente del comitato Alejandra. Questa è artemisia, per il mal di pancia; questo è timo; questa è menta; là la camomilla, origano, prezzemolo, coriandolo, alloro, tè, aloe; questa è per la diarrea, questa per le scottature, questa per l'insonnia, quella per il mal di denti, qua per le coliche, questa si chiama «guarisci tutto», l'altra là per il vomito, anche momo, erba mora, cipolla, ruta, gerani, garofani, tulipani, rose, mañanitas; e cose così.”

Jacobo si sente in obbligo di spiegare: “Appena terminavamo un cayuco, ci voltavamo e già era strapieno. E poi ancora così. Ne abbiamo fatti già 6, per questo chiedo se ne dobbiamo fare altri, perché di sicuro continueranno a riempirli.”

“Ma se portano tutto questa roba, dove si mettono i compagni?” riflette il Sup con una compagna, coordinatrice delle donne, che tra le braccia porta due vasi di fiori ed un bimbetto nello scialle a tracolla sulle spalle.

“Ah, perché, vengono anche gli uomini?”, dice.

“Comunque, non ci stanno dentro nemmeno le donne”, aggiunge il Sup “sull'orlo di una crisi di nervi”.

Lei: “Ah, è che noi non andremo in barca. Noi andremo in aereo, per evitare di vomitare. Beh, magari un poco, ma sempre meno.”

Sup: “E chi vi ha detto che voi in aereo?”

Lei: “Noi”.

Sup: “Ma da dove ti viene quello che mi stai dicendo?”

Lei: “Esperanza è venuta alla riunione di ‘noi come donne' e ci ha detto che moriremo miseramente se andremo con quei dannati uomini. Quindi ci abbiamo pensato in assemblea e abbiamo concordato che non abbiamo paura e siamo molto decise e determinate a che gli uomini muoiano miseramente e non noi.

Abbiamo già fatto i conti e noleggeremo l'aereo che il Calderón ha comprato per il Peña Nieto e che i malgoverni di adesso non sanno che farsene. Dicono che il costo del biglietto è di 500 pesos a persona. In questo momento sono 111 le compagne iscritte, ma mancano le squadre di calcio delle miliziane. Quindi, se andassimo solo in 111 sarebbero 55.500,00 pesos, ma le donne e i bimbi piccoli pagano solo la metà, quindi 27.750. Resta da detrarre l'IVA e il bonifico per le spese di rappresentanza, quindi diciamo circa 10mila pesos per tutte. Questo se il dollaro non scende, altrimenti di meno. Ma, perché non ci siano reclami per i soldi, vi diamo il bue del mio compadre, che è uguale a non dico chi, e cosa gli facciamo, i maschi sono tutti così.”

Il SupGaleano tace, cercando di ricordare dove diavolo ha lasciato la pipa di emergenza. Ma quando vede le donne che iniziano a caricare polli, galli, pulcini, porcellini d'India, anatre e tacchini, dice al Monarca: “Presto, chiama il SubMoy e digli che è estremamente urgente, che venga subito”.

La processione di donne, piante e animali si allunga oltre il pascolo. Segue la banda di Defensa Zapatista: la colonna dell'orda è aperta dal Pablito già in modalità «se non li batti, unisciti a loro», con il suo cavallo, seguito dall'amato Amado con la sua bicicletta – con la gomma a terra -. Quindi il gatto-cane che incita una mandria di bovini. Defensa ed Esperanza misurano i cayucos calcolando se ci stanno le porte di calcio. Il cavallo orbo porta sul muso una rete con bottiglie di plastica. Calamidad passa con un cucciolo che urla terrorizzato temendo di essere gettato nel fiume e poi tirato su in seguito… o no?

Chiude la colonna qualcuno che somiglia straordinariamente ad uno scarabeo, con un toppa da pirata sull'occhio destro, un filo di ferro attorcigliato ad una zampa – a mo' di uncino -, e su un'altra una specie di zampa di legno, che altro non è che un pezzo di liana. Lo strano essere, che brandisce una mascherina di metallo, declama con notevole intonazione: “Con dieci cannoni per lato, / vento in poppa, a vele spiegate, / non taglia il mare bensì vola / un brigantino veliero. / Vascello pirata che chiamano / per il suo coraggio “El Temido”, / In tutto il mare conosciuto / dall'uno all'altro confine”.

Quando il Subcomandante Insurgente Moisés, capo della spedizione in erba, torna e trova il SupGaleano inspiegabilmente sorrdente. Il Sup ha trovato un'altra pipa, questa intatta, nella tasca dei suoi pantaloni.

In Fede.
Guau-Miau

*)Piccoli spiriti magici Maya protettori delle montagne.
**)Piccola canoa con fondo piatto e senza chiglia, spinta e governata con una pagaia molto ampia chiamata “canalete” utilizzata nelle Antille e in altre parti dell'America.

da Enlace Zapatista

Sexta parte: UNA MONTAÑA EN ALTA MAR

Sexta parte: UNA MONTAÑA EN ALTA MAR. COMUNICADO DEL COMITÉ CLANDESTINO REVOLUCIONARIO INDÍGENA-COMANDANCIA GENERAL DEL EJÉRCITO ZAPATISTA DE LIBERACIÓN NACIONAL. MÉXICO. 5 DE OCTUBRE DEL 2020. Al Congreso Nacional Indígena-Concejo Indígena de Gobierno: A la Sexta Nacional e Internacional: A las Redes de Resistencia y Rebeldía: A las personas honestas que resisten en todos los rincones del planeta: Hermanas, hermanos, hermanoas: Compañeras, compañeros y compañeroas: Los pueblos originarios de raíz maya y zapatistas les saludamos y les decimos lo que llegó en nuestro pensamiento común, de acuerdo a lo que miramos, escuchamos y sentimos. Primero.- Miramos y escuchamos un mundo enfermo en su vida social, fragmentado en millones de personas ajenas entre sí, empeñadas en su supervivencia individual, pero unidas bajo la opresión de un sistema dispuesto a todo para saciar su sed de ganancias, aún y cuando es claro que su camino va en contra de la existencia del planeta Tierra. La aberración del sistema y su estúpida defensa del “progreso” y la “modernidad” se estrella contra una realidad criminal: los feminicidios. El asesinato de mujeres no tiene color ni nacionalidad, es mundial. Si es absurdo e irrazonable que alguien sea perseguido, desaparecido, asesinado por su color de piel, su raza, su cultura, sus creencias; no se puede creer que el hecho de ser mujer equivalga a una sentencia de marginación y muerte. En una escalada previsible (acoso, violencia física, mutilación y asesinato), con el aval de una impunidad estructural (“ella se lo merecía”, “tenía tatuajes”, “¿qué andaba haciendo en ese sitio a esa hora?”, “con esa ropa, era de esperar”), los asesinatos de mujeres no tienen ninguna lógica criminal que no sea la del sistema. De diferentes estratos sociales, distintas razas, edades que van desde la niñez temprana hasta la vejez y en geografías distantes entre sí, el género es la única constante. Y el sistema es incapaz de explicar por qué esto va de la mano de su “desarrollo” y “progreso”. En la indignante estadística de las muertes, mientras más “desarrollada” está una sociedad, mayor es el número de víctimas en esta auténtica guerra de género. Y la “civilización” parece decirnos a los pueblos originarios: “la prueba de tu subdesarrollo está en tu baja tasa de feminicidios. Tengan sus megaproyectos, sus trenes, sus termoeléctricas, sus minas, sus presas, sus centros comerciales, sus tiendas de electrodomésticos –con canal de televisión incluido-, y aprendan a consumir. Sean como nosotros. Para saldar la deuda de esta ayuda progresista, no bastan sus tierras, sus aguas, sus culturas, sus dignidades. Deben completar con la vida de las mujeres”. Segundo.- Miramos y escuchamos a la naturaleza herida de muerte, y que, en su agonía, advierte a la humanidad que lo peor está todavía por venir. Cada catástrofe “natural” anuncia la siguiente y olvida, convenientemente, que es la acción de un sistema humano la que la provoca. La muerte y la destrucción no son ya algo lejano, que se limite a fronteras, respete aduanas y convenios internacionales. La destrucción en cualquier rincón del mundo, repercute en todo el planeta. Tercero.- Miramos y escuchamos a los poderosos replegándose y escondiéndose en los llamados Estados Nacionales y sus muros. Y, en ese imposible salto hacia atrás, reviven nacionalismos fascistas, chauvinismos ridículos y un palabrerío ensordecedor. En esto advertimos las guerras por llegar, las que se alimentan de historias falsas, huecas, mentirosas y que traducen nacionalidades y razas en supremacías que se impondrán por la vía de la muerte y la destrucción. En los distintos países se vive la disputa entre capataces y quienes aspiran a sucederles, escondiendo que el patrón, el amo, el mandón, es el mismo y no tiene más nacionalidad que la del dinero. Mientras tanto, los organismos internacionales languidecen y se convierten en meros nombres, como piezas de museo… o ni eso. En la oscuridad y confusión que preceden a esas guerras, escuchamos y miramos el ataque, cerco y persecución de cualquier atisbo de creatividad, inteligencia y racionalidad. Frente al pensamiento crítico, los poderosos demandan, exigen e imponen sus fanatismos. La muerte que plantan, cultivan y cosechan no es sólo la física; también incluye la extinción de la universalidad propia de la humanidad -la inteligencia-, sus avances y logros. Renacen o son creadas nuevas corrientes esotéricas, laicas y no, disfrazadas de modas intelectuales o pseudo ciencias; y las artes y las ciencias pretenden ser subyugadas a militancias políticas. Cuarto.- La Pandemia del COVID 19 no sólo mostró las vulnerabilidades del ser humano, también la codicia y estupidez de los distintos gobiernos nacionales y sus supuestas oposiciones. Medidas del más elemental sentido común fueron despreciadas, apostando siempre a que la Pandemia sería de corta duración. Cuando el paso de la enfermedad se fue haciendo cada vez más dilatado, empezaron los números a sustituir tragedias. La muerte se convirtió así en una cifra que se pierde a diario entre escándalos y declaraciones. Un comparativo tétrico entre nacionalismos ridículos. El porcentaje de bateo y de carreras limpias que determina qué equipo, o Nación, es mejor o peor. Como se detalla en uno de los textos previos, en el zapatismo optamos por la prevención y la aplicación de medidas sanitarias que, en su momento, fueron consultadas con científic@s que nos orientaron y ofrecieron, sin titubear, su ayuda. Los pueblos zapatistas les estamos agradecidos y así quisimos demostrarlo. Después de 6 meses de la implantación de esas medidas (cubre bocas o su equivalente, distancia entre personas, cierre de contactos personales directos con zonas urbanas, cuarentena de 15 días para quien pudo haber estado en contacto con contagiados, lavado frecuente con agua y jabón), lamentamos el fallecimiento de 3 compañeros que presentaron dos o más síntomas asociados al Covid 19 y que tuvieron contacto directo con contagiados. Otros 8 compañeros y una compañera, quienes murieron en ese período, presentaron uno de los síntomas. Como carecemos de la posibilidad de pruebas, asumimos que el total de los 12 compañer@s murieron por el llamado Corona virus (científicos nos recomendaron asumir que cualquier dificultad respiratoria sería Covid 19). Estas 12 ausencias son responsabilidad nuestra. No son culpa de la 4T o de la oposición, de neoliberales o neoconservadores, de chairos o fifís, de conspiraciones o complots. Pensamos que debimos haber extremado más todavía las precauciones. Actualmente, con la falta de esos 12 compañer@s a cuestas, mejoramos en todas las comunidades las medidas de prevención, ahora con el apoyo de Organizaciones No Gubernamentales y de científicos que, a título individual o como colectivo, nos orientan en el modo de afrontar con más fortaleza un posible rebrote. Decenas de miles de cubre bocas (diseñados especialmente para evitar que un probable portador contagie a otras personas, de bajo costo, reusables y adaptados a las circunstancias) se han distribuido en todas las comunidades. Otras decenas de miles más están siendo producidos en los talleres de bordado y costura de insurgent@s y en los poblados. El uso masivo de cubre bocas, las cuarentenas de dos semanas para quienes pudieran estar infectados, la distancia y el lavado continuo de manos y rostro con agua y jabón, y evitar en lo posible salir a las ciudades, son medidas recomendadas incluso a herman@s partidistas, para contener la expansión de contagios y permitir el mantenimiento de la vida comunitaria. El detalle de lo que fue y es nuestra estrategia podrá ser consultado en su momento. Por ahora decimos, con la vida latiendo en nuestros cuerpos, que, según nuestra valoración (en la que probablemente podemos estar equivocados), el enfrentar la amenaza como comunidad, no como un asunto individual, y dirigir nuestro esfuerzo principal a la prevención, nos permite decir, como pueblos zapatistas: aquí estamos, resistimos, vivimos, luchamos. Y ahora, en todo el mundo, el gran capital pretende que se vuelva a las calles para que las personas reasuman su condición de consumidores. Porque son los problemas del Mercado los que le preocupan: el letargo en el consumo de mercancías. Hay que retomar las calles, sí, pero para luchar. Porque, como hemos dicho antes, la vida, la lucha por la vida, no es un asunto individual, sino colectivo. Ahora se está viendo que tampoco es asunto de nacionalidades, es mundial. -*- Muchas cosas de éstas miramos y escuchamos. Y mucho las pensamos. Pero no sólo… Quinto.- También escuchamos y miramos las resistencias y rebeldías que, no por silenciadas u olvidadas, dejan de ser claves, pistas de una humanidad que se niega a seguir al sistema en su apresurado paso al colapso: el tren mortal del progreso que avanza, soberbio e impecable, hacia el acantilado. Mientras el maquinista olvida que es sólo un empleado más y cree, ingenuo, que él decide el camino, cuando no hace sino seguir la prisión de los rieles hacia el abismo. Resistencias y rebeldías que, sin olvidar el llanto por las ausencias, se empeñan en luchar por -quien lo diría-, lo más subversivo que hay en esos mundos divididos entre neoliberales y neoconservadores-: la vida. Rebeldías y resistencias que entienden, cada quien con su modo, su tiempo y su geografía, que las soluciones no están en la fe en los gobiernos nacionales, que no se gestan protegidas por fronteras ni visten banderas y lenguas distintas. Resistencias y rebeldías que nos enseñan a nosotros, nosotras, nosotroas, zapatistas, que las soluciones pudieran estar abajo, en los sótanos y rincones del mundo. No en los palacios gubernamentales. No en las oficinas de las grandes corporaciones. Rebeldías y resistencias que nos muestran que, si los de arriba rompen los puentes y cierran las fronteras, queda navegar ríos y mares para encontrarnos. Que la cura, si es que la hay, es mundial, y tiene el color de la tierra, del trabajo que vive y muere en calles y barrios, en mares y cielos, en los montes y en sus entrañas. Que, como el maíz originario, muchos son sus colores, sus tonalidades y sonidos. -*- Todo esto, y más, miramos y escuchamos. Y nos miramos y nos escuchamos como lo que somos: un número que no cuenta. Porque la vida no importa, no vende, no es noticia, no entra en las estadísticas, no compite en las encuestas, no tiene valoración en las redes sociales, no provoca, no representa capital político, bandera partidaria, escándalo de moda. ¿A quién le importa que un pequeño, pequeñísimo, grupo de originarios, de indígenas, viva, es decir, luche? Porque resulta que vivimos. Que a pesar de paramilitares, pandemias, megaproyectos, mentiras, calumnias y olvidos, vivimos. Es decir, luchamos. Y en esto pensamos: en que seguimos luchando. Es decir, seguimos viviendo. Y pensamos que durante todos estos años, hemos recibido el abrazo hermano de personas de nuestro país y del mundo. Y pensamos que, si acá la vida resiste y, no sin dificultades, florece, es gracias a esas personas que desafiaron distancias, trámites, fronteras y diferencias culturales y de lengua. Gracias a ellas, ellos, elloas – pero sobre todo ellas-, que retaron y derrotaron calendarios y geografías. En las montañas del sureste mexicano, todos los mundos del mundo encontraron, y encuentran, oído en nuestros corazones. Su palabra y acción fue alimento para la resistencia y la rebeldía, que no son sino continuación de las de nuestros antecesores. Personas con las ciencias y las artes como camino, encontraron el modo para abrazarnos y alentarnos, aunque fuera a la distancia. Periodistas, fifís y no, que reportearon la miseria y la muerte antes, la dignidad y la vida siempre. Personas de todas las profesiones y oficios que, mucho para nosotros, tal vez poco para ell@s, estuvieron, están. Y de todo esto pensamos en nuestro corazón colectivo, y llegó en nuestro pensamiento que ya es el tiempo ya de que nosotras, nosotros, nosotroas, zapatistas, correspondamos al oído, la palabra y la presencia de esos mundos. Los cercanos y los lejanos en geografía. Sexto.- Y esto hemos decidido: Que es tiempo de nuevo para que bailen los corazones, y que no sean ni su música ni sus pasos, los del lamento y la resignación. Que diversas delegaciones zapatistas, hombres, mujeres y otroas del color de nuestra tierra, saldremos a recorrer el mundo, caminaremos o navegaremos hasta suelos, mares y cielos remotos, buscando no la diferencia, no la superioridad, no la afrenta, mucho menos el perdón y la lástima. Iremos a encontrar lo que nos hace iguales. No sólo la humanidad que anima nuestras pieles diferentes, nuestros distintos modos, nuestras lenguas y colores diversos. También, y sobre todo, el sueño común que, como especie, compartimos desde que, en la África que pareciera lejana, echamos a andar del regazo de la primera mujer: la búsqueda de la libertad que animó ese primer paso… y que sigue andando. Que el primer destino de este viaje planetario será el continente europeo. Que navegaremos hacia las tierras europeas. Que saldremos y que zarparemos, desde tierras mexicanas, en el mes de abril del año del 2021. Que, después de recorrer varios rincones de la Europa de abajo y a la izquierda, llegaremos a Madrid, la capital española, el 13 de agosto del 2021 -500 años después de la supuesta conquista de lo que hoy es México-. Y que, inmediatamente después, seguiremos el camino. Que hablaremos al pueblo español. No para amenazar, reprochar, insultar o exigir. No para demandarle que nos pida perdón. No para servirles ni para servirnos. Iremos a decirle al pueblo de España dos cosas sencillas: Uno: Que no nos conquistaron. Que seguimos en resistencia y rebeldía. Dos: Que no tienen por qué pedir que les perdonemos nada. Ya basta de jugar con el pasado lejano para justificar, con demagogia e hipocresía, los crímenes actuales y en curso: el asesinato de luchadores sociales, como el hermano Samir Flores Soberanes; los genocidios escondidos detrás de megaproyectos, concebidos y realizados para contento del poderoso -el mismo que flagela todos los rincones del planeta-; el aliento monetario y de impunidad para los paramilitares; la compra de conciencias y dignidades con 30 monedas. Nosotros, nosotras, nosotroas, zapatistas NO queremos volver a ese pasado, ni solos, ni mucho menos de la mano de quien quiere sembrar el rencor racial y pretende alimentar su nacionalismo trasnochado con el supuesto esplendor de un imperio, el azteca, que creció a costa de la sangre de sus semejantes, y que nos quiere convencer de que, con la caída de ese imperio, los pueblos originarios de estas tierras fuimos derrotados. Ni el Estado Español ni la Iglesia Católica tienen que pedirnos perdón de nada. No nos haremos eco de los farsantes que se montan sobre nuestra sangre y así esconden que tienen las manos manchadas de ella. ¿De qué nos va a pedir perdón la España? ¿De haber parido a Cervantes? ¿A José Espronceda? ¿A León Felipe? ¿A Federico García Lorca? ¿A Manuel Vázquez Montalbán? ¿A Miguel Hernández? ¿A Pedro Salinas? ¿A Antonio Machado? ¿A Lope de Vega? ¿A Bécquer? ¿A Almudena Grandes? ¿A Panchito Varona, Ana Belén, Sabina, Serrat, Ibáñez, Llach, Amparanoia, Miguel Ríos, Paco de Lucía, Víctor Manuel, Aute siempre? ¿A Buñuel, Almodóvar y Agrado, Saura, Fernán Gómez, Fernando León, Bardem? ¿A Dalí, Miró, Goya, Picasso, el Greco y Velázquez? ¿A algo de lo mejor del pensamiento crítico mundial, con el sello de la “A” libertaria? ¿A la república? ¿Al exilio? ¿Al hermano maya Gonzalo Guerrero? ¿De qué nos va a pedir perdón la Iglesia Católica? ¿Del paso de Bartolomé de las Casas? ¿De Don Samuel Ruiz García? ¿De Arturo Lona? ¿De Sergio Méndez Arceo? ¿De la hermana Chapis? ¿De los pasos de los sacerdotes, hermanas religiosas y seglares que han caminado al lado de los originarios sin dirigirlos ni suplantarlos? ¿De quienes arriesgan su libertad y vida por defender los derechos humanos? -*- El año del 2021 se cumplirán 20 años de la Marcha del Color de la Tierra, la que realizamos, junto con los pueblos hermanos del Congreso Nacional Indígena, para reclamar un lugar en esta Nación que ahora se desmorona. 20 años después navegaremos y caminaremos para decirle al planeta que, en el mundo que sentimos en nuestro corazón colectivo, hay lugar para todas, todos, todoas. Simple y sencillamente porque ese mundo sólo es posible si todas, todos, todoas, luchamos por levantarlo. Las delegaciones zapatistas estarán conformadas mayoritariamente por mujeres. No sólo porque ellas pretenden así devolver el abrazo que recibieron en los encuentros internacionales anteriores. También, y sobre todo, para que los varones zapatistas dejemos claro que somos lo que somos, y no somos lo que no somos, gracias a ellas, por ellas y con ellas. Invitamos a que el CNI-CIG forme una delegación para que nos acompañe y sea, así, más rica nuestra palabra para lo otro que lejos lucha. Especialmente invitamos a una delegación de los pueblos que levantan el nombre, la imagen y la sangre del hermano Samir Flores Soberanes, para que su dolor, su rabia, su lucha y resistencia llegue más lejos. Invitamos a quienes tienen como vocación, empeño y horizonte, las artes y las ciencias a que acompañen, a la distancia, nuestros navegares y pasos. Y que así nos ayuden a difundir que en ellas, ciencias y artes, está la posibilidad no sólo de la supervivencia de la humanidad, también de un mundo nuevo. En resumen: salimos a Europa en el mes de abril del año del 2021. ¿La fecha y la hora? No la sabemos… todavía. -*- Compañeras, compañeros, compañeroas: Hermanas, hermanos y hermanoas: Éste es nuestro empeño: Frente a los poderosos trenes, nuestras canoas. Frente a las termoeléctricas, las lucecitas que las zapatistas dimos en custodia a mujeres que luchan en todo el mundo. Frente a muros y fronteras, nuestro navegar colectivo. Frente al gran capital, una milpa en común. Frente la destrucción del planeta, una montaña navegando de madrugada. Somos zapatistas, portador@s del virus de la resistencia y la rebeldía. Como tales, iremos a los 5 continentes. Es todo… por ahora. Desde las montañas del Sureste Mexicano. A nombre de las mujeres, hombres y otroas zapatistas. Subcomandante Insurgente Moisés. México, octubre del 2020. P.D.- Sí, es la sexta parte y, como el viaje, seguirá en sentido inverso. Es decir, le seguirá la quinta parte, luego la cuarta, después la tercera, continuará en la segunda y terminará con la primera.

Quarta Parte: MEMORIA DI CIÒ CHE SARÀ.

Quarta Parte: MEMORIA DI CIÒ CHE VERRÀ Ottobre 2020 È 35 ottobri fa. Il vecchio Antonio guarda il fuoco che resiste alla pioggia. Sotto il cappello di paglia gocciolante, con un tizzone, accende la sua sigaretta arrotolata con una foglia. Il fuoco si mantiene, a volte nascondendosi sotto i tronchi; il vento lo aiuta e […]

Cuarta parte:Memoria de lo que vendra

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Cuarta Parte: MEMORIA DE LO QUE VENDRÁ.

Octubre del 2020.

Es hace 35 octubres.

El Viejo Antonio mira la fogata resistiendo a la lluvia. Bajo el chorreante sombrero de paja enciende, con un tizón, su cigarrillo forjado con doblador. El fuego se mantiene, escondiéndose a veces bajo los troncos; el viento le ayuda y con su aliento aviva las brazas que enrojecen de furia.




El campamento es el nombrado “Watapil”, en la llamada “Sierra Cruz de Plata” que se yergue entre los húmedos brazos de los ríos Jataté y Perlas. Corre el año de 1985 y octubre recibe al grupo con una tormenta, presagiando así sus mañanas. El alto almendro (que renombrará a esa montaña en la lengua insurgente), compasivo mira a sus pies a ese puñado pequeño, pequeñísimo, insignificante, de mujeres y hombres. Rostros demacrados, pieles enjutas, brillante la mirada (tal vez la fiebre, la porfía, el miedo, el delirio, el hambre, la falta de sueño), las ropas marrón y negro desgarradas, las botas deformes por los bejucos que pretenden mantener las suelas en su sitio.

Con palabra pausada, queda, apenas perceptible entre el ruido de la tormenta, el Viejo Antonio les habla como si a sí mismo se llamara:

“Para el color de la tierra vendrá de nuevo el Mandón a imponer su palabra dura, su YO asesino de la razón, su soborno disfrazado de limosna.

Vendrá el día en que la muerte vista sus ropas más crueles. Adornados sus pasos con engranes y chirridos, la maquina que enferma los caminos, mentirá diciendo que trae bonanza mientras siembra destrucción. Quien se oponga a ese ruido que aterra a plantas y animales, será asesinado en su vida y su memoria. Con plomo la una, la otra con mentira. La noche será así más larga. Más dilatado el dolor. Más mortal la muerte.

Los Aluxo´ob alertarán entonces a la madre y así dirán: “Viene la muerte, madre, matando viene”.

La tierra madre, la más primera, se despertará entonces -sacudiéndose el sueño de loros, guacamayas y tucanes-, reclamará la sangre de sus guardianes y guardianas, y, dirigiéndose a su prole, así dirá:

“Vayan los unos a burlar al invasor. Vayan las otras a llamar a la sangre hermana. Que no les espanten las aguas, que no los desanimen fríos ni calores. Abran caminos donde no los hay. Remonten ríos y mares. Naveguen las montañas. Vuelen lluvias y nubes. Sean noche, día sean, de madrugada vayan y alerten al todo. Que muchos son mis nombres y colores, pero uno es mi corazón, y mi muerte será también la del todo. Que no se avergüence entonces su piel del color que le he dado, ni de la palabra que en sus bocas he plantado, ni de su tamaño que cerca me tienen. Que yo les daré luz en la mirada, abrigo en sus oídos y fuerza en sus pies y brazos. No teman los colores y modos distintos, no los caminos diferentes. Porque uno es el corazón que les he heredado, uno el entendimiento y una la mirada”.

Entonces, bajo el asedio de los Aluxo´ob, las máquinas del engaño mortal se descompondrán, rota su soberbia, su avaricia rota. Y los poderosos traerán de otras naciones a los lacayos que componen la muerte descompuesta. Se revisarán las entrañas de las máquinas de muerte y encontrarán la razón de su desandar y así se dirán: “están llenas de sangre”. Tratando de explicar la razón de esa terrible maravilla, así anunciarán a sus patrones: “no lo sabemos por qué, sólo lo sabemos que es sangre que heredera es de la sangre originaria”.

Y, entonces, lloverá la maldad sobre sí misma en las grandes casonas donde el Poderoso se embriaga y abusa. Entrará la sinrazón en sus dominios y, en lugar de agua, manará sangre de los manantiales. Sus jardines se marchitarán y se marchitará el corazón de quienes le trabajan y sirven. El poderoso traerá entonces a otros vasallos para usarlos. De otras tierras vendrán. Y nacerá el odio entre iguales alentado por el dinero. Habrá peleas entre ellos, y vendrán la muerte y la destrucción entre quienes comparten historia y dolor.

Quienes antes trabajaban la tierra y en ella se vivían, convertidos ya en sirvientes y esclavas del Poderoso en los suelos y cielos de sus antepasados, verán llegar las desgracias a sus casas. Se perderán sus hijas y sus hijos, ahogados en la podredumbre de la corrupción y el crimen. Volverá el derecho de pernada con el que el dinero mata la inocencia y el amor. Y las crías serán arrebatadas de los regazos de las madres y su carne nueva será tomada por los grandes Señores para saciar su vileza y ruindad. Por razón de los dineros el hijo levantará la mano contra sus padres y el luto vestirá sus casas. La hija se perderá en la oscuridad o en la muerte, matada su vida y su estar por los Señores y su dinero. Enfermedades desconocidas atacarán a quienes vendieron su dignidad y la de los suyos por unas monedas, a quienes traicionaron a su raza, su sangre y su historia, y a quienes levantaron y propagaron la mentira.

La Ceiba madre, la sostenedora de mundos, gritará tan fuerte que hasta la sordera más alejada escuchará su clamor herido. Y 7 voces distantes se le acercarán. Y le abrazarán 7 brazos lejanos. Y 7 puños distintos se le unirán. La Ceiba Madre levantará entonces sus naguas y sus mil pies patearán y desacomodarán los caminos de hierro. Las máquinas de ruedas se saldrán de sus caminos de metal. Las aguas desbordarán de ríos y lagunas, y el mismo mar bramará con furia. Se abrirán entonces las entrañas de suelos y cielos en todos los mundos.

Entonces la más primera, la tierra madre, se elevará y reclamará con fuego su casa y su lugar. Y por sobre las soberbias edificaciones del Poder, avanzarán árboles, plantas y animales, y con sus corazones vivirá de nuevo el Votán Zapata, guardián y corazón del pueblo. Y el jaguar caminará de nuevo sus rutas ancestrales, reinando de nuevo donde quisieron reinar el dinero y sus lacayos.

Y el poderoso no morirá sin antes ver cómo su ignorante soberbia se derrumba sin apenas hacer ruido. Y en su último aliento conocerá el Mandón que ya no será más, si acaso un mal recuerdo en el mundo que se rebeló y resistió a la muerte que su mandar mandaba.

Y esto dicen que dicen los muertos de siempre, los que morirán de nuevo pero entonces para vivir.

Y dicen que dicen que se conozca esta palabra en valles y montañas; que se sepa en cañadas y llanuras; que lo repita el pájaro tapacamino y así advierta los pasos del corazón que anda hermano; que la lluvia y el sol lo siembren en la mirada de quienes habitan estas tierras; y que el viento la lleve lejos y anide en el pensamiento compañero.

Porque cosas terribles y maravillosas por venir, verán estos cielos y suelos.

Y el jaguar caminará de nuevo sus rutas ancestrales, reinando de nuevo donde quisieron reinar el dinero y sus lacayos.”

Se calla el Viejo Antonio y, con él, la lluvia. Nada duerme. Todo sueña.

-*-

Desde las montañas del Sureste Mexicano.

SupGaleano
México, Octubre del 2020.



Del Cuaderno de Apuntes del Gato-Perro: Parte II.- Los cayucos.



Os recuerdo que las divisiones entre países sólo sirven para tipificar el delito de «contrabando» y para darle sentido a las guerras. Es claro que existen, al menos, dos cosas que están por encima de las fronteras: la una es el crimen que, disfrazado de modernidad, distribuye la miseria a escala mundial; la otra es la esperanza de que la vergüenza sólo exista cuando uno se equivoca de paso en el baile, y no cada vez que nos vemos en un espejo. Para acabar con el primero y para hacer florecer la segunda, sólo hace falta luchar y ser mejores. Lo demás se sigue solo y es lo que suele llenar bibliotecas y museos. No es necesario conquistar el mundo, basta con hacerlo de nuevo. Vale. Salud y sabed que, para el amor, una cama es sólo un pretexto; para el baile, una tonada es sólo un adorno; y para luchar, la nacionalidad es sólo un accidente meramente circunstancial.

Don Durito de La Lacandona, 1995

El SubMoy estaba diciéndole a Maxo que tal vez habría que probar con madera balsa (“corcho” le dicen acá), pero el ingeniero naval alegaba que, puesto que más ligera, peor la iba a arrastrar la corriente. “Pero dijiste que no hay corriente en el mar”. “Pero qué tal que hay”, se defendió Maxo. El SubMoy les dijo a los otros comités que seguía la siguiente prueba: cayucos.

Se pusieron a labrar varios cayucos. Con hachas y machetes fueron dándole forma y vocación marina a troncos cuyo destino original era leña para el fogón. Como el SubMoy se ausentó unos momentos, fueron a preguntarle al SupGaleano si le ponían nombre a las embarcaciones. El Sup estaba mirando cómo el Monarca revisaba un viejo motor de diesel, así que respondió distraído: “Sí, claro”.

Se fueron y empezaron a calar y a pintar en los costados nombres racionales y mesurados. En uno se leía: “El Chompiras Nadador y Brinca Charcos”. Otro: “El internacionalista. Una cosa es una cosa y otra cosa es dont fuck me, compadre”. Uno más: “Orita vengo, no me tardo mi amor”. El de allá: “Pos va en su cuenta, pa´ qué me invitan”. Los del puy Jacinto Canek bautizaron el suyo como “Jean Robert”, que era así su modo de hacerlo acompañar el viaje.

En uno más alejado se alcanzaba a leer: “Ya para qué llorar si lo que sobra es agua salada”, y a continuación se extendía: “Este barco fue hecho por la Comisión Marítima del municipio autónomo rebelde zapatista “Nos critican que les ponemos un nombre muy largo a los MAREZ y Caracoles, pero nos vale”, de la Junta de Buen Gobierno “También”. Producto perecedero. Fecha de caducidad: depende. Nuestras embarcaciones no se hunden, sino que caducan, no es lo mismo. Contrataciones de fabricantes de cayucos y musiqueros en el CRAREZ (no incluye marimba ni equipo de sonido –porque qué tal que se hunden y luego no reponen-, pero sí le echamos muchas ganas a la cantada… bueno, más o menos. Depende, pues). Este cayuco sólo cotiza en las bolsas de resistencia. Continuará en el próximo cayuco…”, (claro, había que dar la vuelta alrededor del cayuco y en las paredes internas para leer completo el “nombre”; sí, tiene usted razón, el submarino enemigo va a tardar tanto tiempo en transmitir el nombre completo de la nave a hundir que, cuando termine, la embarcación ya habrá atracado en las costas europeas).

El asunto es que, mientras labraban los troncos, se corrió el chisme. El amado Amado le contó al Pablito que le contó al Pedrito que le informó a Defensa Zapatista que lo consultó con la Esperanza que le dijo a la Calamidad “no le digas a nadie” que lo contó a sus mamaces que lo dijo en el grupo de “como mujeres que somos”.

Cuando le dijeron al SupGaleano que venían las mujeres, el Sup se encogió de hombros y le pasó al Monarca la llave que llaman española, de media pulgada, mientras escupía pedazos de la boquilla de su pipa.

Al rato llegó el Jacobo: “Oí Sup, ¿va a dilatar el SubMoy?”

“Ni idea”, respondió el SupGaleano mientras miraba desconsolado su pipa rota.

Jacobo: “¿Y tú lo sabes cuántos van a viajar?”

El Sup: “Todavía. La Europa de abajo no ha respondido cuántos pueden recibir. ¿Por qué?”

Jacobo: “Pues es que… mejor ven para que miras”.

El SupGaleano rompió otra pipa mirando la “flota” zapatista. En la ribera del río, los 6 cayucos con nombres estrafalarios, alineados, estaban llenos de macetas y flores.

“¿Y eso?”, preguntó el Sup sólo por trámite.

“Es su carga de las compañeras”, respondió Rubén resignado.

El Sup: “¿Su carga?”.

Rubén: “Sí, vinieron y nomás decían “esto se va a ocupar” y fueron dejando esas plantitas. Y luego vino una niña que no sé cómo se llama pero preguntó que si el viaje tarda en llegar, o sea que si dilata en que llegamos donde vamos. Le pregunté por qué, que si es que van sus mamaces o qué. Me dijo que no, que era porque quería mandar un árbol, así chiquitillo, que de repente, si dilatamos en el viaje, pues ya llega ya crecidito y podemos echar pozol a la sombra si se pone muy fiero el sol.”

“Pero si todas son iguales”, alegó el Sup (refiriéndose a las plantas, claro).

No, dijo la comité Alejandra. Ésta es estafiate, para el dolor de panza; ésa es tomillo; aquella es hierbabuena; allá manzanilla, orégano, perejil, cilantro, laurel, epazote, zábila; ésta es para si tienes diarrea, ésta para quemaduras, ésa para mal de sueño, allá para si duele tu diente, acá la de cólicos, ésta se llama “sánalo todo”, otra de allá para el gómito, también momo, yerba mora, cebollín, ruda, geranios, claveles, tulipanes, rosas, mañanitas; y así.

Jacobo se sintió obligado a aclarar: “Ya que terminábamos un cayuco, cuando volteamos a ver, ya estaba lleno de monte. Otro, y otra vez lleno. Ya llevamos 6, por eso pregunto si seguimos haciendo más, porque igual los van a ir llenando.”

“Pero si mandan todo eso, ¿dónde van a ir los compañeros?” quiso razonar el Sup con una compañera, coordinadora de mujeres, que cargaba en los brazos dos macetas y un pichito en su rebozo terciado a la espalda.

“Ah, ¿a poco van a ir hombres?”, dijo ella.

“Como sea, tampoco van a caber las mujeres”, alegó el Sup “al borde de un ataque de nervios”.

Ella: “Ah, es que nosotras no vamos a ir en barco. Nosotras nos vamos a ir en avión, para que no nos gomitamos. Bueno, siempre sí un poco, pero menos.”

Sup: ¿Y quién les dijo que ustedes en avión?

Ella: Nosotras.

Sup: ¿Pero de dónde la sacaron toda esa palabra que me estás diciendo?

Ella: “Es que llegó la Esperanza en la reunión de como mujeres que somos y nos informó que todas vamos a morir miserablemente si vamos con los malditos hombres. Entonces lo pensamos en asamblea y llegamos en el acuerdo de que no tenemos miedo y estamos muy dispuestas y decididas a que los hombres mueren miserablemente y nosotras no.

Ya hicimos la cuenta y vamos a rentar el avión que compró el Calderón para el Peña Nieto y que los malos gobiernos de ahora ya no saben cómo hacer. Dicen que 500 pesos el boleto por persona. Ahorita van apuntadas 111 compañeras, pero creo faltan los equipos de fútbol de las milicianas. Así que, si sólo vamos 111, serían 55,500.00 pesos, pero mujeres y pichitos sólo pagan la mitad, entonces 27,750. Falta descontar el IVA y la bonificación por gastos de representación, así que digamos que unos 10 mil pesos por todas. Eso si el dólar no se devalúa, entonces pues menos. Pero, para no estar alegando por la paga, les vamos a dar al buey de mi compadre, que está igual que no digo quién, pero qué le vamos a hacer, así son todos los machitos.

El SupGaleano quedó callado de una vez, tratando de acordarse dónde diablos dejó la pipa de emergencia. Pero cuando lo miró que las mujeres empezaron a acarrear gallinas, gallos, pollitos, cuches, patos y guajolotes, le dijo al Monarca: “Rápido, llámale al SubMoy y dile que es muy urgente que venga”.

La procesión de mujeres, plantas y animales se alargaba más allá del potrero. Les seguía la fila de la pandilla de Defensa Zapatista: la columna de la horda la abría el Pablito, que ya en modo “si no las vences, úneteles”, llevaba un su caballo, seguido del amado Amado con una su bicicleta –con la llanta ponchada-. Luego el gato-perro arreando un hato de ganado. Defensa y Esperanza medían los cayucos calculando si entraban las porterías. El caballo choco llevaba en el hocico una red con botellas de plástico. Calamidad pasó cargando un cuchito que chillaba aterrado, temiendo que lo arrojaran al río para rescatarlo luego… ¿y no?

Cerraba la columna alguien que se parecía extraordinariamente a un escarabajo, con un parche pirata en el ojo diestro, un alambre retorcido en una de las patitas –a manera de garfio-, y en otra una especie de pata de palo, aunque no fuera más que una astilla de alguno de los bejucos labrados. El extraño ser, blandiendo una laminita de cubre bocas, declamaba con elogiable entonación: “Con diez cañones por banda, / viento en popa, a toda vela, / no corta el mar sino vuela / un velero bergantín. / Bajel pirata que llaman / por su bravura “El Temido”, / En todo el mar conocido / del uno al otro confín.”.

Cuando regresó el Subcomandante Insurgente Moisés, jefe de la expedición en ciernes, encontró al SupGaleano sonriendo inexplicablemente. El Sup había encontrado otra pipa, ésta sin romper, dentro del bolsillo de su pantalón.

Doy Fe.
Guau-Miau

Tila: Desde Europa no nos callaremos ante el despojo, la impunidad y la injusticia!

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 TILA, MEGAPROYECTOS : DESDE EUROPA NO NOS CALLAREMOS ANTE EL DESPOJO, LA
IMPUNIDAD Y LA INJUSTICIA

12 de octubre de 2020
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A los ejidatarixs de Tila
A lxs compas y familiares de Óscar Eyraud Adams
Al CNI, el EZLN, a las redes de resistencia y rebeldía,
a la sexta y a todos l@s que luchan, abajo a la izquierda
a los medios de comunicación honestos y alternativos

https://1.bp.blogspot.com/-hE0Mi9LOeag/XUIQbicOrEI/AAAAAAAACgg/XaEfxfin3cEQ-FrkuQUeStE4BKr_xnAPwCEwYBhgL/s1600/190730_EjidoTila_marcha%2Baniv%2B0.jpg

Desde Europa, queremos manifestar públicamente nuestro total apoyo a las
compañeras y los compañeros del ejido ch'ol de Tila, que luchan desde hace
muchos años para recuperar el control de sus tierras ejidales y poder
gobernarse según sus usos y costumbres, dejando fuera las maniobras, la
corrupción y las practicas criminales de los diferentes operadores que se
apoderaron del ayuntamiento municipal de Tila desde hace muchísimos años,
pisoteando a la comunidad y usando el sello municipal en beneficio de sus
propios intereses privados y capitalistas.



Manifestamos que estamos muy preocupados por la situación actual que debe
enfrentar esta digna lucha del pueblo ch'ol, debido a la reactivación de
la actividad de los grupos paramilitares, y a la protección y el apoyo que
encuentran de nuevo por parte de las fuerzas policíacas y militares, así
como por parte de los gobiernos municipales, estatales y del gobierno de
Andrés Manuel López Obrador a nivel federal.

Desde agosto pasado, al igual que en los Altos de Chiapas donde miles de
personas tuvieron que huir de los ataques paramilitares, el pueblo de Tila
se encuentra cercado por fuerzas paramilitares que intentan desde entonces
bloquear el acceso a la comunidad y encender la chispa para recuperar su
poder despótico sobre Tila a expensas de los ejidatarios, legítimos dueños
del territorio y de la tierra. Ante múltiples denuncias que quedaron sin
respuesta, el pueblo de Tila tuvo que organizarse de nuevo por si mismo, y
fue solo gracias a una marcha numerosa que lograron levantar parcialmente
el bloqueo que los rodeaba, marcha que fue acribillada por los
paramilitares el 11 de septiembre pasado y que costo la vida al compañero
Pedro Alejandro Jiménez Pérez, dejando también varios otros heridos de
bala.

Ahora los paramilitares y sus seguidores, encabezados por el ex-presidente
municipal Arturo Sánchez Sánchez y su hijo, se visten de manifestantes
pacíficos y, bajo la protección de la policía y de la guardia nacional de
López Obrador, intentan reocupar los espacios públicos del pueblo con
pañuelos blancos para hacer creer a los medios de comunicación que son
civiles amantes de la paz, amenazados por peligrosos ejidatarios. Por eso,
expresamos claramente que a nivel internacional, no nos engañaran con sus
mentiras : sabemos bien que, cada noche, estos grupos amenazan y detonan
cartuchos. Nosotrxs no olvidamos que Arturo Sánchez Sánchez, quien
encabeza estas acciones, es el hermano de Samuel Sánchez Sánchez,
ex-dirigente del grupo paramilitar « Desarrollo, Paz y Justicia », y
todavía en la cárcel, al igual que varios otros, por el asesinato de
decenas de personas en toda la zona norte de Chiapas en los años noventa.

Llamamos a las organizaciones internacionales y a las organizaciones y
colectivos de lucha de nuestros distintos países a seguir muy de cerca
esta reactivación de los grupos paramilitares cada vez mas sensible, como
lo manifiesta también la desastrosa situación que prevalece en los Altos
de Chiapas donde miles de personas tuvieron que exiliarse de sus pueblos
ante la violencia, y como no dejan de contarnos los compas de la
organización Las Abejas de Acteal, que vivieron en carne propia el horror
paramilitar.

Llamamos también a que los avances y la digna lucha emprendida para exigir
verdad y justicia sobre el caso de los 43 estudiantes desaparecidos de
Ayotzinapa no oculten ante nuestros ojos y a nivel internacional, la total
impunidad con la cual siguen actuando los asesinos y los grandes
capitalistas en México, como lo comprueba el numero de feminicidios que
siguen en la impunidad, o el asesinato el 24 de septiembre pasado del
compañero Óscar Eyraud Adams, originario de la comunidad kumiai, luchador
social en defensa de la tierra y del territorio.

A casi dos años del principio del mandato de Andrés Manuel López Obrador,
nos queda claro que este señor sigue imponiendo los megaproyectos
capitalistas a costa de los territorios indígenas de México, pisoteando
por eso la autonomía y los derechos colectivos de los pueblos, y dejando
matar a los opositores en total impunidad, como es el caso de nuestro
querido compañero Samir Flores del pueblo de Amilcingo, Morelos, asesinado
el 24 de febrero de 2019, poco después de la llegada al poder del nuevo
presidente y unos días antes de una fraudulenta « consulta » que había
promovido para imponer un gazoducto y una termoeléctrica en las tierras de
Emiliano Zapata.

Nosotrxs no somos ciegxs, ni sordxs, y mudxs aun menos ! Ante la
impunidad, el despojo y los abusos del poder, no nos callaremos !

Viva la digna lucha del ejido ch'ol de Tila !
Justicia para Ayotzinapa y TODAS Y TODOS los asesinados y los
desaparecidos ! Abajo el tren maya, el corredor industrial del istmo, el
proyecto integral Morelos y todos los megaproyectos !
Samir Flores y  Óscar Eyraud Adams viven !

Viva el Ejercito Zapatista de Liberación Nacional, la Sexta y el Congreso
Nacional Indígena !

Firmas:

Comité de Solidaridad con los Pueblos de Chiapas en Lucha (Paris,
Francia), Union syndicale Solidaires (Francia), Mut-Vitz34 (Hérault,
Francia), Associazione Ya Basta! Milano, Comitato Chiapas "Maribel" -
Bergamo, Italia, 20zln italia, Cooperazione Rebelde Napoli – Italia,
Centro de Documentación sobre Zapatismo -Cedoz- (Madrid, Estado español),
Confederación General del Trabajo (Estado Español), Adherentes a la Sexta
Barcelona (Catalunya), Ass. Solidaria Cafè Rebeldía-Infoespai, Barcelona
(Catalunya), TxiapasEkin (pais vasco), Lumaltik Herriak (Pais vasco),
Chispa de Solidaridad con l@s Zapatistas y Pueblos Indigenas, Atenas
(Grecia), Espiral de solidaridad-semilla de resistencia (Grecia), Asamblea
Libertaria Autoorganizada Paliacate Zapatista (Grecia) Colectivo Ramona
(Chipre), London Mexico Solidarity (Inglaterra), Red Ya Basta (Alemania),
laPirata : colectivo zapatista de lugano, suiza, colectivo nodo solidale,
méxico, colectivo nodo solidale, italia, adherentes individuales italia,
berlin, francia`


Una desaparición forzada, dos detenidos arbitrariamente y 13 heridos como resultado de la represión a manifestación pacífica en Chilón.

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Una desaparición forzada, dos detenidos arbitrariamente y 13 heridos como resultado del uso excesivo y desproporcionado de la fuerza pública en la represión a manifestación pacífica en Chilón.

 


 

Obstrucción, intimidación y amenaza a defensores de derechos humanos del Frayba.

 

 

Hasta el momento se encuentra desaparecido el ejidatario Juan Hernández Morales (Juan), de aproximadamente 24 años de edad, originario del Centro San Gabriel, ejido San Jerónimo Bachajón, en Chilón, Chiapas, México. Juan está desaparecido desde las 10:30 horas, del día 15 de octubre de 2020, cuando comenzó el violento operativo policiaco-militar de desalojo en el crucero Temó, en la carretera Ocosingo-Palenque1. Él se encontraba en la manifestación pacífica cuando elementos de la Policía Estatal, Municipal, Sectorial y de la Guardia Nacional iniciaron la represión. Durante los mismos hechos privaron arbitrariamente de su libertad a José Luis Gutiérrez Hernández (José Luis) y César Hernández Feliciano (César) además de lesionar a 13 personas2.

 

 

José Luis y César fueron puestos a disposición del agente del Ministerio Publico de la Fiscalía de Justicia Indígena Octavio Luis Martínez en el municipio de Ocosingo, acusados del delito de ataques a las vías de comunicación. (Carpeta de investigación: C.I: 031-031-1006-2020). El término de 48 horas para la resolución de su situación jurídica se cumple el día 17 de octubre de 2020, a las 13:00 horas. Sin embargo el día 16 de octubre de 2020, fueron trasladados al Centro Estatal de Reinserción Social para Sentenciados (Cerss) No. 10, en Ocosingo y adelantaron la Audiencia de Control que se está realizando en estos momentos, siendo las 23:00 horas. Durante la cual el Secretario de Acuerdos del Juzgado, Lic. David Mancillas Murias, realizó obstrucción de la documentación de violaciones a derechos humanos, al negar información a los abogados y defensores del Frayba e intentar sacarlos de la sala con amenazas de trasladar a los detenidos al Cerss No. 14 El Amate, así como intimidarlos con la presencia de patrullas de la Policía.

 

 

Consideramos desde la documentación realizada por este Centro de Derechos humanos, que los señores José Luis y César, deben ser liberados debido a que las acciones que estaban realizando están sustentadas en la libre manifestación y protesta. Acción colectiva desde los derechos colectivos como Pueblos Originarios en la defensa de su territorio, referido en nuestra Carta Magna, en el Convenio 169 de la OIT, en la Declaración de la ONU sobre los Derechos de los Pueblos Indígenas, en la Declaración, Declaración Americana Sobre Los Derechos De Los Pueblos Indígenas y en Los Acuerdos de San Andrés.

 

 

Así mismo de manera arbitraria la Secretaría de Seguridad Pública decomisó un vehículo Tsuru propiedad del ejidatario Sebastián Gómez Méndez, una Nissan estaquita propiedad del ejidatario José Luis Gutiérrez Hernández, una Nissan estaquita propiedad del ejidatario Nicolás Gómez Gómez, una motocicleta dínamo propiedad del ejidatario Manuel Gutiérrez Hernández, una motocicleta honda 150 propiedad del ejidatario Narciso Gutiérrez Moreno, así como un celular marca Huawei.

 

 

Por lo anterior, este Centro de Derechos Humanos hacemos un llamado al Estado mexicano para:

 

 

  • Presentar con vida y urgentemente a Juan Hernández Morales, para proteger su vida, integridad y seguridad personal.
  •  

 

  • Liberar inmediatamente a José Luis Gutiérrez Hernández y César Hernández Feliciano, quienes  están privados arbitrariamente de su libertad.

 

 

  • Garantizar la vida, libertad, seguridad e integridad de hombres y mujeres del Pueblo Maya Tseltal que ejercen su derecho a la libre manifestación y protección a su territorio.
  •  

 

  • Investigar las violaciones a derechos humanos, así como los delitos cometidos en contra de la población del Pueblo Maya Tseltal de Chilón.
  •  

 

  • Respetar sus derechos a la defensa de su territorio y su libre determinación como Pueblos Originarios.
  •  

 

  • Garantizar el trabajo en la defensa de los derechos humanos de los abogados y defensores del Frayba.

 

Solicitamos a la solidaridad nacional e internacional firmen la acción urgente que encontrarán en la página www.frayba.org.mx y/o hagan llamamientos al Estado mexicano:

 

SupGaleano: Le Regard et la Distance.

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Cinquième Partie : Le regard et la distance avant la porte.


Octobre 2020




Supposons que cela serait possible de choisir, par exemple, le regard. Supposons que vous pourriez vous libérer, ne serait-ce qu’un instant, de la tyrannie des réseaux sociaux qui imposent non seulement ce qu’on regarde et de quoi on parle, mais aussi comment regarder et comment parler. Donc, supposons que vous levez le regard. Encore plus haut : de l’immédiat jusqu'au local, au régional, au national et au mondial. Vous le voyez ? Effectivement, un chaos, de la confusion, du désordre. Donc supposons que vous êtes un être humain ; bon, que vous n´êtes pas une application digitale qui, rapidement, regarde, classe, hiérarchise, juge et sanctionne. Donc vous, vous choisissez quoi regarder… et comment le regarder. Ça pourrait être, c’est un suppositoire, que regarder et juger ne seraient pas la même chose. C’est-à-dire que vous ne faites pas que choisir, mais que vous pouvez décider aussi. Changer la question de « ça, c’est bien ou mal ? », à « ça c’est quoi ? ». Bien sûr, la première question nous emmène à un débat savoureux (mais y a-t-il encore des débats ?). Et de là, au « ça, ce n’est pas bien – ou mal – parce que c’est moi qui le dis ». Ou, peut-être, il y aurait débat sur ce qu’est le bien et le mal, et à partir de là les arguments et les citations en note de bas de page. Bien sûr, vous avez raison, c’est bien mieux que de recourir à des « likes » et des « pouces bleus », mais je vous avais proposé de changer de point de départ : choisir l'objectif de votre regard.

 


 




Par exemple : vous décidez de regarder les musulmans. Vous pouvez décider, par exemple, entre celleux qui ont perpétré l’attentat de Charlie Hebdo ou entre celleux qui marchent aujourd’hui sur les routes de France pour réclamer, exiger, imposer leurs droits. Vu que vous êtes arrivé à ces lignes, il est très probable que vous optiez pour les « sans papiers ». Bien sûr, vous vous sentez aussi dans l’obligation de déclarer que Macron est un imbécile. Mais, détournant le regard de ce rapide coup d’œil vers le sommet, vous vous remettez à regarder les occupations, les campements et les marches des migrants. Vous vous demandez combien ils sont. Cela vous paraît beaucoup, peu, trop ou pas assez. On est passé de l’identité religieuse à la quantité. Et donc vous vous demandez ce qu’ils veulent, pour quoi ils se battent ? Et là, vous décidez si vous vous servez des médias et des réseaux sociaux pour le savoir… ou si vous les écoutez. Supposons que vous pouvez leur poser des questions. Vous allez leur demander leur croyance religieuse ou combien sont-ils ? Ou leur demander pourquoi ils ont décidé d’abandonner leur terre pour se rendre à des sols et des cieux qui ont une autre langue, une autre culture, d'autres lois, d’autres modes de vie ? Peut-être qu'ils vous répondront avec un seul mot : guerre. Ou bien peut-être qu'ils vont vous détailler ce que cette parole signifie dans leur réalité à eux. Guerre. Vous décidez d’enquêter : la guerre, où ça ? Ou encore mieux, pourquoi cette guerre ? Donc là ils vous inondent d’explications: les croyances religieuses, les guerres territoriales, le pillage des ressources naturelles, ou simplement, au plein sens du terme, une stupidité. Mais vous ne vous en contentez pas et vous demandez à qui profite la destruction, le dépeuplement, la reconstruction, le re-peuplement. Vous trouvez les données de plusieurs entreprises. Vous faites des recherches sur ces entreprises et découvrez qu’elles sont présentes dans différents pays, qu’elles ne fabriquent pas seulement des armes, mais aussi des voitures, des fusées interstellaires, des micro-ondes, des services de messagerie postale, des banques, des réseaux sociaux, des « contenus médiatiques », des vêtements, des téléphones portables, des ordinateurs, des chaussures, des aliments bio ou pas, des entreprises de navigation, de ventes en ligne, des trains, des chefs de gouvernement et des cabinets, des centres de recherche scientifique - ou pas, des chaînes d’hôtels et de restaurants, des « fast food », des lignes aéronautiques, des centrales thermoélectriques et, évidemment, des fondations d’aide « humanitaire ». Vous pourriez dire, donc, que la responsabilité en revient à l’humanité ou au monde entier.


Mais vous vous demandez si le monde ou l’humanité ne sont pas responsables du même coup aussi de cette marche, de cette occupation, de ce campement de migrants, de cette résistance. Et vous en arrivez à la conclusion qu'il est possible, probable, que peut-être que le responsable, c'est un système tout entier. Un système qui produit et reproduit la douleur, qui l’inflige à ceux qui la reçoivent.


Maintenant retournez votre regard vers la marche qui parcourt les routes de France. Supposons qu’ils ne sont pas beaucoup, très peu, que c’est juste une femme qui porte son pitchounet. C’est important, là, sa croyance religieuse, sa langue, ses habits, sa culture, son mode de vie ? C'est important pour vous si c'est juste une femme qui porte son pitchounet dans ses bras ? Maintenant oubliez cette femme un moment, et concentrez votre regard seulement sur le bébé. C’est important de savoir si c’est un garçon, une fille, ou un genre autre ? La couleur de sa peau ? Peut-être découvrirez-vous, maintenant, que ce qui importe c’est sa vie.


Maintenant, allez plus loin, après tout vous êtes déjà arrivé jusqu’à ces lignes, donc quelques-unes de plus ne vous feront pas de mal. Ok, pas trop de mal.


Supposons que cette femme vous parle et que vous ayez le privilège de comprendre ce qu’elle vous dit. Vous pensez qu’elle, elle va vous exiger de lui demander pardon pour la couleur de peau de votre peau à vous, votre croyance, religieuse ou non, votre nationalité, vos ancêtres, votre langue, votre genre, votre mode de vie ? Allez-vous vous dépêcher de lui demander pardon d’être qui vous êtes ? Espérez-vous qu'elle vous pardonne et que vous puissiez mettre les compteurs à zéro et retourner à votre vie quotidienne ? Ou qu’elle ne vous pardonne pas et que vous vous disiez « bon, au moins j’aurais essayé et je regrette sincèrement d'être qui je suis » ?


Ou vous avez peur qu’elle ne vous parle pas, qu’elle ne fasse que vous regarder en silence, que vous sentiez que son regard vous demande: « Et toi, quoi ? Alors ? » ?


Si vous en arrivez à ce raisonnement-sentiment-angoisse-désespoir, alors, je suis désolé, c'est sans remède : vous êtes un être humain.

-*-

 


 




Une fois prouvé ainsi que vous n'êtes pas un bot, répétez l'exercice sur l'île de Lesbos ; au Rocher de Gibraltar ; sur le canal de La Manche ; à Naples ; sur le fleuve Suchiate ; sur le Rio Bravo.


Maintenant déplacez votre regard et cherchez la Palestine, le Kurdistan, Euskadi et le Wallmapu. Oui, je sais, ça donne un peu le tournis... et ce n'est pas tout. Mais dans ces lieux, il y a celleux (nombreu.se.s ou pas, ou trop, ou suffisamment) qui luttent aussi pour la vie. Mais en fait il se trouve qu'ils.elles conçoivent la vie inséparablement liée à leur terre, leur langue, leur culture, leur mode de vie. À ce que le Congrès National Indigène nous a appris à appeler « territoire », et qui n'est pas seulement un lopin de terre. Vous n'avez pas envie que ces personnes vous racontent leur histoire, leur lutte, leurs rêves ? Oui, je sais, ce serait peut-être mieux pour vous de vous en remettre à Wikipedia, mais ça ne vous tente pas de les écouter directement et d'essayer de les comprendre ?


Retournez maintenant à ce truc qu'il y a entre le Rio Bravo et le fleuve Suchiate. Approchez-vous de ce lieu appelé « Morelos ». Un nouveau zoom de votre regard sur la commune de Temoac. Focalisez maintenant le regard sur la communauté d'Amilcingo. Vous voyez cette maison ? C'est la maison d'un homme qui, de son vivant, portait le nom de Samir Flores Soberanes. Là, face à cette porte, il a été assassiné. Son crime ? S'opposer à un mégaprojet qui représente la mort pour la vie des communautés auxquelles il appartient. Non, je ne me suis pas trompé en écrivant : Samir a été assassiné non pas parce qu'il défendait sa vie individuelle, mais celle de ses communautés.


Plus encore : Samir a été assassiné parce qu'il défendait la vie des générations qui ne sont même pas encore nées. Parce que, pour Samir, pour ses compañeras et ses compañeros, pour les peuples originaires regroupés dans le CNI et pour nous, les zapatistes, la vie de la communauté n'a pas lieu que dans le présent. Il s'agit, et surtout, de ce qui viendra. La vie de la communauté se construit aujourd'hui, mais pour demain. La vie dans la communauté est quelque chose qui s'hérite, donc. Vous croyez que le compte est bon si les assassins - intellectuels et matériels - demandent pardon ? Vous pensez que pour sa famille, son organisation, le CNI, nous, il serait suffisant que les criminels demandent pardon pour que nous nous sentions quittes ? « Excusez-moi, c'est moi qui l'ai montré du doigt pour que les hommes de main l'exécutent, j'ai toujours été un mouchard/une langue de vipère. Je vais voir si je me corrige, ou pas. Je vous ai déjà demandé pardon, maintenant abandonnez le piquet de lutte et on va terminer la centrale thermoélectrique, parce que sinon, on va perdre beaucoup d'argent ». Vous croyez que c'est ce qu'ils attendent, ce que que nous attendons, que c'est pour cela qu'ils luttent, que nous luttons ? Pour qu'ils demandent pardon ? Qu'ils déclarent : « Excusez-nous, oui, nous avons assassiné Samir et au passage, avec ce projet, nous assassinons vos communautés. C'est bon, pardonnez-nous. Et si vous ne nous pardonnez pas, ben on s'en fiche, il faut finir le projet » ?


Et il se trouve que ceux qui demanderaient pardon pour la centrale thermoélectrique sont les mêmes qui sont impliqués dans le mal nommé « Train Maya », les mêmes pour le « couloir transisthmique », les mêmes pour les barrages, les mines à ciel ouvert et les centrales électriques, les mêmes qui ferment les frontières pour empêcher la migration provoquée par les guerres qu'eux mêmes nourrissent, les mêmes qui pourchassent les Mapuches, les mêmes qui massacrent les Kurdes, les mêmes qui détruisent la Palestine, les mêmes qui tirent sur les Afro-Américains, les mêmes qui exploitent (direct ou indirectement) des travailleurs un peu partout sur la planète, les mêmes qui cultivent et vénèrent la violence de genre, les mêmes qui vouent l'enfance à la prostitution, les mêmes qui vous espionnent pour connaître vos goûts et vous vendre ceci ou celà -et si rien n'est à votre goût, et bien on fera en sorte que cela vous plaise quand même-, les mêmes qui détruisent la nature. Les mêmes qui veulent vous faire croire, à vous, aux autres, à nous que la responsabilité de ce crime mondial en marche est la faute de nations, de croyances religieuses, de résistance au progrès, de conservateurs, de langues, d'histoires, de modes de vie. Que tout se résume à un individu... ou une individue (ne pas oublier la parité de genre).


Si on pouvait se rendre dans tous ces recoins de cette planète moribonde, que feriez-vous ? Bon, nous ne savons pas. Mais nous, hommes, femmes, autres zapatistes, nous nous y rendrions pour apprendre. Bien sûr, pour danser aussi, mais l'un n'exclue pas l'autre, je crois. Si nous en avions l'opportunité, nous serions disposé.e.s à tout risquer, tout. Pas seulement notre vie individuelle, mais aussi notre vie collective. Et si cette possibilité n'existait pas, nous nous battrions pour la créer. Pour la construire, comme s'il s'agissait d'un navire (bateau, vaisseau ?). Oui, je sais, c'est une folie. C'est impensable. Qui oserait penser que le destin de celleux qui résistent à la centrale thermoélectrique, dans un tout petit recoin du Mexique, pourrait intéresser la Palestine, le Mapuche, le Basque, le migrant, l'Afro-Américain, la jeune environnementaliste suédoise, la guerrière kurde, la femme qui lutte ailleurs dans le monde, le Japon, la Chine, les Corées, l'Océanie, la mère Afrique ?


Ne devrions-nous pas, au contraire, aller par exemple à Chablekal, dans le Yucatan, au local de l'Equipe Indignación et leur réclamer « hey, vous avez la peau blanche et vous êtes croyants, demandez pardon !" » ? Je suis presque sûr qu'illes répondraient « pas de souci, mais attendez votre tour, parce qu'en ce moment nous sommes occupé.e.s à accompagner celleux qui résistent au Train Maya, celleux qui subissent la dépossession, la persécution, la prison, la mort ». Et illes rajouteraient :


« De plus, nous devons affronter l'accusation lancée par le dirigeant suprême comme quoi nous sommes financé.e.s par les Illuminati dans le cadre d'un complot interplanétaire qui prétend stopper la 4e Transformation ». Ce dont je suis sûr, c’est qu’illes utiliseraient le verbe « accompagner », et pas « diriger », « commander », « mener ».


Ou plutôt devrions-nous envahir les Europes au cri de « rendez-vous visages-pâles ! », et détruire le Parthénon, le Louvre et le Prado, et, au lieu de sculptures et de peintures, tout remplir de broderies zapatistes, particulièrement de masques zapatistes - qui, soit dit en passant, sont efficaces et très mignons -, et au lieu de pâtes, de fruits de mer et de paellas, imposer la consommation d'épis de maïs, de cacaté [ndt : boisson à base de cacao], et de hierba mora [ndt : légume local ressemblant aux épinards] ; au lieu de sodas, de vins et de bières, du pozol [ndt : boisson maya à base de maïs] obligatoire ; et si quelqu'un sort dans la rue sans passe-montagne : amende ou prison (en option, parce qu'il faut quand même pas exagérer), et exclamer : « Alors, pour les rockeurs, marimba obligatoire ! Et à partir de maintenant, des cumbias exclusivement, pas de reggaeton (ça vous tente, hein ?) ! Tiens, toi, Pancho Varona et Sabina, les autres, vous faites les chœurs, commencez avec "Cartas Marcadas", et en boucle, même si on rallonge jusqu'à dix, onze heures, minuit, une, deux ou trois heures [ndt : fait référence au refrain d'une chanson de Joaquin Sabina], et basta, car demain il faut se lever tôt ! Hey, l'autre toi, ex-roi en cavale, laisse en paix ces éléphants et mets-toi au travail en cuisine ! Soupe de courge pour toute la cour !" (je sais, ma cruauté est exquise) ?


Alors, dites-moi : croyez-vous que le cauchemar de ceux d'en-haut consiste en l'obligation de demander pardon ? Ne serait-ce pas plutôt que leur sommeil est peuplé de choses horribles telles que leur disparition, le fait qu'ils n'aient plus d'importance, qu'on ne les prenne pas en compte, qu'ils ne soient rien, que leur monde se décompose sans à peine faire de bruit, sans que personne ne se souvienne d'eux, sans qu'on leur érige des statues, des musées, des cantiques, des jours de fête ? Ne serait-ce pas plutôt qu'ils paniquent face à la possible réalité ?


-*-


Ce fut l'une des rares fois où le feu SupMarcos n'avait pas recouru à une métaphore cinéphile pour expliquer quelque chose. Parce que, vous n'êtes pas censé le savoir, ni moi vous le raconter, mais le défunt pouvait relier chacune des étapes de sa courte vie à un film particulier. Ou accompagner une explication sur la situation nationale ou internationale d'un « comme dans tel film ». Bien sûr, il devait plus d'une fois réagencer le scénario pour le faire correspondre à sa narration. Comme la plupart d'entre nous n'avait pas vu le film en question, et que nous n'avions pas accès à internet pour consulter wikipédia sur nos portables, et bien nous le croyions. Mais ne nous dévions pas du sujet. Attendez, je crois qu'il l'avait écrit sur l'un de ces papiers qui saturent sa malle à souvenirs... Le voilà ! Donc voici :


« Pour comprendre notre engagement et la taille de notre audace, imaginez que la mort est une porte à franchir. Il y aura une grande quantité et variété de spéculations concernant ce qu'il y a derrière la porte: le ciel, l'enfer, les limbes, le néant. Et sur ces options, des dizaines de descriptions. La vie, alors, pourrait être conçue comme le chemin vers cette porte. La porte, la mort donc, serait alors un point d'arrivée... ou une interruption, l'entaille impertinente de l'absence blessant l'air de la vie.


On arriverait à cette porte, alors, par la violence de la torture et le meurtre, l'infortune d'un accident, le douloureux entrebâillement de la porte lors d'une maladie, lors de fatigue ou de désir. En effet, bien que la plupart des fois on arrivait à cette porte sans le vouloir ni le prétendre, il serait aussi possible que ce soit choisi.


Pour les peuples originaires, aujourd'hui zapatistes, la mort était une porte qui surgissait presque au tout début de la vie. L'enfance tombait sur elle avant les 5 ans, et la traversait entre fièvres et diarrhées. Ce que nous avons fait le premier janvier 1994, c'est tenter d'éloigner cette porte. Bien sûr, il a fallu être disposés à la traverser pour y arriver, bien que nous ne le souhaitions pas. Depuis, tout notre effort a consisté, et consiste, à éloigner la porte le plus possible. "Rallonger l'espérance de vie", diraient les spécialistes. Mais d'une vie digne, ajouterions-nous. L'éloigner jusqu'à arriver à la mettre de côté, mais beaucoup plus loin sur le chemin. C'est pour cela qu'au début de notre soulèvement, nous avions dit que "pour vivre, nous mourons". Car si nous n'héritons pas de vie, c'est à dire de chemin, à quoi bon vivons-nous ? »


-*-


Hériter la vie.


C'est ce qui précisément inquiétait Samir Flores Soberanes. Et c'est ce qui peut résumer la lutte du Front de Peuples en Défense de l'Eau et de la Terre de Morelos, Puebla et Tlaxcala, dans sa résistance et sa rébellion contre la centrale thermoéléctrique et le soi-disant « Projet Intégral Morelos ». A leurs demandes de stopper et faire disparaître un projet mortifère, le mauvais gouvernement répond en argumentant que beaucoup d'argent serait perdu.


Là-bas, dans l'État de Morelos, se résume la confrontation en cours dans le monde entier : argent versus vie. Et dans cette confrontation, dans cette guerre, aucune personne honnête ne devrait rester neutre: soit avec l'argent, soit avec la vie.


On pourrait donc conclure que la lutte pour la vie n'est pas une obsession chez les peuples originaires. C'est plutôt... une vocation.. et collective.


Bon. Santé et n'oublions pas que pardon et justice ne sont pas la même chose.


Depuis les montagnes des Alpes, en doutant de quoi envahir en premier : l'Allemagne, l'Autriche, la Suisse, l'Italie, la Slovénie, Monaco, le Liechtenstein? Noh, je blague... ou pas?


Le SupGaleano s'entrainant sur son « vomi » le plus élégant.


Mexique, octobre 2020.


Du carnet de notes du Chat-Chien : Une montagne en haute mer. Partie I : Le radeau.


"Et dans les mers de tous les mondes qu'il y a dans le monde, on a vu des montagnes qui bougeaient sur l'eau et, sur elles, le visage caché, des femmes, des hommes et des genres autres".

"Chroniques du lendemain". Don Durito de la Lacandona. 1990.


Après une troisième tentative loupée, Maxo resta dubitatif puis, après quelques secondes, il s'exclama : « On a besoin de corde ». « Je te l'avais dit », assura Gabino. Les restes du radeau flottaient éparses, s'entrechoquant les uns aux autres au rythme du courant du fleuve qui, faisant honneur à son nom de « Colorado », peignait ses eaux de la terre rouge qu'il arrachait des rives.


Ils appelèrent alors un escadron de miliciens de cavalerie qui arriva au son de la Cumbia sobre el río suena, du maestro Celso Piña. Ils mirent les cordes bout à bout pour faire deux longues sections. Ils envoyèrent une équipe de l'autre côté du fleuve. Une fois les cordes attachées au radeau, les deux groupes pourraient contrôler le trajet du navire sans qu'il ne finisse en miettes, la poignée de troncs trainée par un fleuve qui n'était même pas au courant de la tentative de navigation.


L'absurdité de la situation en cours avait surgi suite à la décision de l'invasion... pardon, la visite aux cinq continents. Et puis tant pis, c'est comme ça. Car, au moment du vote et quand au final le SupGaleano leur a dit : « Vous êtes fous, nous n'avons pas de bateau », Maxo avait répondu : « On en construit un ». Et vite, ils avaient commencé à faire des propositions.


Comme tout ce qui est absurde en terres zapatistes, la construction du « bateau » ameuta la bande de Defensa Zapatista.


« Les compañeras vont mourir misérablement », jugea Esperanza avec son légendaire optimisme (la petite fille avait trouvé ce mot dans un livre et elle avait compris qu'on l'utilisait pour faire référence à quelque chose d'horrible et irrémédiable, et elle l'utilise à tout bout de champ : « Mes mamans m'ont peigné misérablement », « La maîtresse m'a fait une rature misérable », etcétera), quand, à la quatrième tentative, le radeau s'effilocha presque immédiatement.


« Et les compañeros », se sentit obligé d'ajouter Pedrito, doutant de si la solidarité de genre était nécessaire dans ce destin...misérable.


« Tu parles », répliqua Defensa. « Des compañeros de toutes façons ça se remplace, mais des compañeras... où est-ce qu'on va en trouver ? Des compañeras, de vraies compañeras, pas n'importe lesquelles ».


La bande de Defensa était placée stratégiquement. Non pas pour contempler les avatars des comités de construction du bateau. Defensa et Esperanza tenaient par les mains Calamidad qui avait déjà tenté par deux fois de se jeter dans la rivière pour sauver le radeau, mais les deux fois elle avait été taclée par Pedrito, Pablito et Amado le bienaimé. Le cheval fêlé et le chat-chien furent renversés dès le départ. Ils s'inquiétaient pour rien. Quand le SupGaleano vit la horde arriver, il assigna trois pelotons de miliciennes sur le bord du fleuve. Avec son habituelle diplomatie et le sourire aux lèvres, le Sup leur dit : « Si cette petite fille va dans l'eau, toutes mourront ».


Après le succès de la sixième tentative, les comités essayaient de charger le radeau de ce qu'ils avaient appelé « des choses essentielles » pour le voyage (un espèce de kit de survie zapatiste) : un sac de tostadas, du sucre de canne, un petit sac de café, quelques boules de pozol, un monceau de bois, un bout de bâche pour si jamais il pleut. Ils restèrent là, contemplatifs, et se rendirent compte qu'il manquait quelque chose. Évidemment, ils ne mirent pas longtemps à apporter la marimba.


Maxo alla vers le Monarque et le SupGaleano qui révisaient quelques dessins dont je vous parlerai à une autre occasion et dit : « Eh, Sup, il faut que tu leur envoies un lettre à ceux de l'autre côté : qu'ils cherchent des cordes et qu'ils les mettent bout à bout pour qu'elles soient bien longues, et qu'ils les lancent par ici et comme ça on pourra bouger le "bateau" depuis les deux côtés. Mais il faut qu'ils s'organisent, parce que si chacun lance une corde de son côté, et bien elles n'arriveront pas. Ils faut qu'ils les mettent bout-à-bout quoi, et bien organisés ».


Maxo n'attendit pas que le SupGaleano soit sorti de son désarroi et qu'il tente de lui expliquer qu'il y avait une grande différence entre un radeau fait de troncs attachés par une liane, et un bateau pour traverser l'Atlantique.


Maxo s'en alla superviser l'essai du radeau chargé de tous les bagages. Ils discutèrent de qui allait monter pour l'essayer avec des gens à bord, mais le fleuve faisait un bruit de fouet effrayant, alors ils décidèrent de faire un mannequin et de l'arrimer au milieu du bateau. Maxo était l'équivalent d'un ingénieur naval car il y a des années, lorsqu'une délégation zapatiste était allée soutenir le campement des Cucapás [ndt : action entreprise en 2007 par les zapatistes afin de soutenir le campement de résistance des pêcheurs cucapas au large de la Basse-Californie], il s'était lancé sur la mer de Cortés. Maxo n'expliqua pas qu'il avait failli se noyer parce que son passe-montagne lui collait au nez et à la bouche et qu'il n'arrivait pas à respirer. Tel un vieux loup de mer, il expliqua : « C'est comme une rivière, mais sans courant, et plus large, bien plus grand, un peu comme la lagune de Miramar ».


Le SupGaleano essayait de déchiffrer comment on dit « corde » en allemand, italien, français, anglais, grec, basque, turc, catalan, finnois etc., quand la Major Irma s'approcha et lui dit : « Dis-leur qu'elles ne sont pas seules ». « Ni seuls », ajouta le lieutenant-colonel Rolando. « Ni seulEs », aventura la Marijosé, qui arrivait pour demander aux musiciens de faire une version du Lac des Cygnes, mais en cumbia. « Comme ça, joyeux quoi, qu'ils dansent, que leur cœur ne soit pas triste. » Les musiciens demandèrent ce qu'était un « cygne ». « C'est comme des canards mais en plus mignon, comme s'ils avaient tendu le cou et qu'ils étaient restés comme ça. C'est comme des girafes mais qui marchent comme des canards ». « Est-ce ça se mange ? » demandèrent les musiciens, qui savaient que c'était l'heure du pozol et étaient venus seulement pour amener la marimba. « Qu'est-ce que vous croyez ! Les cygnes ça se danse ». Les musiciens se dirent qu'une version de « pollito con papas » [ndt : « poulet/frites », cumbia populaire] pourrait faire l'affaire. « On va y réfléchir », dirent-ils, et ils partirent boire du pozol.


Pendant ce temps-là, Defensa Zapatista et Esperanza avaient convaincu Calamidad que, comme le SupGaleano était occupé, sa cabane était vide et qu'il avait très probablement caché un paquet de madeleines dans la boîte à tabac. Calamidad hésitait, alors elles avaient dû lui dire que là-bas elles pourraient faire du pop-corn. Elles partirent. Le Sup les vit s'éloigner, mais il ne s'inquiéta pas, il leur était impossible de trouver la cachette des madeleines, cachée sous des sacs de tabac moisi, et, se tournant vers le Monarque et lui montrant quelques schémas, il demanda : « Tu es sûr qu'il ne coulera pas ? Parce qu'on dirait que ça va être lourd ». Le Monarque resta pensif et répondit : « Possible ». Et puis, plus sérieusement : « Eh bien qu'ils emportent des vessies, comme ça ils flotteront » (note : vessies = ballons).


Le Sup soupira et dit : « Plus que d'un bateau, c'est d'un peu de bon sens dont nous avons besoin ». « Et de plus de corde », ajouta le SubMoy qui arrivait juste au moment où le radeau, plein à ras bord, était en train de couler.


Alors que sur le bord, le groupe de Comités contemplait les restes du naufrage et la marimba qui flottait à l'envers, quelqu'un dit : « Heureusement que nous n'avons pas mis dessus la sono, ça coûte plus cher. »


Tout le monde applaudit lorsque la poupée de chiffon remonta à la surface. Quelqu'un, avec clairvoyance, lui avait mis deux vessies gonflées sous les bras.


J'en témoigne.


Miau-Wouf.

ASSEMBLEA ONLINE 14 OTTOBRE 2020.

REPORT ASSEMBLEA ONLINE 14 OTTOBRE 2020 – ITALIA Mercoledì 14 ottobre 2020, 96 punti di connessione, per un totale di oltre 130 tra compagne e compagni di molte città di diverse regioni d’Italia, hanno partecipato all’incontro nazionale online proposto e coordinato da 20zln, Comitato Chiapas “Maribel” Bergamo, Ya Basta Padova e Cooperazione Rebelde di Napoli. […]

Urgimos la libertad de Cristóbal Sántiz Jiménez

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Cristóbal Sántiz Jiménez es defensor comunitario de derechos humanos, representante y vocero de comunidades tsotsiles en desplazamiento forzado de Aldama, promotor cultural y autoridad tradicional. Su detención se da en el contexto de criminalización y amenazas a su vida, libertad, seguridad e integridad por las constantes denuncias de la omisión del Estado mexicano en el escalamiento de la violencia en la región Altos de Chiapas. Integrantes de la Policía Especializada de la Fiscalía General del Estado de Chiapas, lo detuvieron el día 14 de marzo de 2020, cuando salía de su trabajo, lo mantuvieron incomunicado 5 hrs y actualmente se encuentra encarcelado en el Centro de Estatal de Reinserción Social de Sentenciados, No.14, el Amate, con sede en Cintalapa de Figueroa, Chiapas, México.

  
  Por lo anterior urgimos su inmediata libertad.

   


Libertad de Cristóbal Sántiz Jiménez

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  San Cristóbal de Las Casas, Chiapas, México.
a 14 de marzo de 2020

   Acción urgente No. 03

   
Incomunicación, criminalización y privación arbitraria de la libertad al defensor comunitario Cristóbal Sántiz Jiménez

  

El Centro de Derechos Humanos Fray Bartolomé de Las Casas, A.C. (Frayba), documentó los hechos de violaciones de derechos humanos perpetrados en contra del señor Cristóbal Sántiz Jiménez, (en adelante Cristóbal) siendo los siguientes hechos: La detención fue realizada cuando salía de su trabajo el día de hoy a las 6:50 horas después de 5 horas de estar incomunicado, confirmamos que la detención fue perpetrada por la Fiscalía General del Estado quien lo trasladó a Tuxtla Gutiérrez y fue hasta las 12:20 horas cuando la familia fue informada de la detención del señor Cristóbal y de su traslado al Centro de Estatal de Reinserción Social de Sentenciados, No.14, el Amate, con sede en Cintalapa de Figueroa, Chiapas.

   

El señor Cristóbal, campesino, perteneciente al pueblos tsotsil, es representante de la Comisión Permanente de Comuneros y Desplazados de Aldama. Integrante de las familias que fueron atacadas con armas de alto calibre por un grupo de corte paramilitar de Santa Martha, Chenalhó y despojado de sus tierras. Es defensor comunitario, representante de la Comisión Permanente de Comuneros y Desplazados de Aldama desde que surgió el conflicto por la violencia generalizada y los desplazamientos forzados por el grupo de corte paramilitar de Santa Martha, Chenalhó. Además el señor Cristóbal, ha ocupado cargos tradicionales en su pueblo originario de Aldama, como Regidor Tradicional. El señor Cristóbal trabaja desde hace 21 años como velador en el Centro de Capacitación para el Trabajo Industrial número 133, en San Cristóbal de Las Casas, Chiapas.

   

Como vocero de las comunidades desplazadas ha denunciado las omisiones del Estado mexicano por el escalamiento de la violencia en la región altos de Chiapas. Estuvo presente durante la firma de los Acuerdos de Paz, que precedió el gobernador Rutilio Escandón y el Subsecretario Lic. Alejandro Encinas, acto seguido participó durante el llamado Banderazo de Paz. De manera reiterada ha enfrentado amenazas tanto del Estado mexicano que exigía su silencio a cambio de su libertad; así como amenazas de muerte por parte del grupo armado de corte paramilitar de Santa Martha, Chenalhó.

   

El Frayba solicitó medidas cautelares con número 284/18 ante la Comisión Interamericana de Derechos Humanos para proteger la vida, seguridad e integridad del señor Cristóbal Sántiz Jiménez y su familia.

   

Por tal razón, este Centro de Derechos Humanos, considera que la Fiscalía General del Estado está perpetrando graves violaciones a los derechos humanos, como es la criminalización, privación arbitraria de la libertad, colocando al señor Cristóbal en un alto riesgo a su integridad y seguridad personal.

   

Este Centro de Derechos Humanos solicita la inmediata intervención del gobierno federal y estatal para implementar acciones pertinentes para la pronta libertad del Señor Cristóbal.

   

A la sociedad civil nacional a internacional le solicitamos enviar su llamamiento a:

  Lic. Andrés Manuel López Obrador. Presidente Constitucional de México
Residencia Oficial de los Pinos. Casa Miguel Alemán. Col. San Miguel Chapultepec,
C.P. 11850 Ciudad de México.
Fax: (+52) 55 5093 4901
Twitter: @lopezobrador_

   Lic. Olga Sánchez Cordero. Secretaria de Gobernación de México
Bucareli 99, 1er. piso. Col. Juárez. Delegación Cuauhtémoc
C.P. 06600 Ciudad de México.
Fax: (+52) 55 5093 34 14;
Correo: secretario@segob.gob.mx
Twitter: @M_OlgaSCordero

   Lic. Rosario Piedra Ibarra. Presidente de la Comisión Nacional de Derechos Humanos,
Edificio “Héctor Fix Zamudio”, Blvd. Adolfo López Mateos 1922, 6°piso. Col. Tlacopac San Ángel.
Delegación Álvaro Obregón. C.P. 01040; Ciudad de México.
Fax: (+52) 0155 36 68 07 67
Correo: correo@cndh.org.mx
Twitter: @CNDH

   Lic. Rutilio Escandón Cadenas. Gobernador Constitucional del Estado de Chiapas
Palacio de Gobierno del Estado de Chiapas, 1er Piso Av. Central y Primera Oriente,
Colonia Centro, C.P. 29009. Tuxtla Gutiérrez, Chiapas, México
Fax: +52 961 61 88088 – + 52 961 6188056; Extensión 21120. 21122;
Correo: secparticular@chiapas.gob.mx
Twitter: @JuntoscnRutilio

  Lic. Ismael Brito Mazariegos. Secretario General de Gobierno en Chiapas
Palacio De Gobierno, 2o. Piso, Centro C.P. 29000 Tuxtla Gutiérrez, Chiapas.
Conmutador: (961) 61 8 74 60 Ext. 20003
Correo: secretariaparticular.sgg@gmail.com

   Lic. Juan José Zepeda Bermúdez. Presidente de la comisión Estatal de Derechos Humanos
Fax: (961) 60 2 57 84
Correo: presidencia@cedh-chiapas.org
Teléfono: 01 (967) 67 465 94 Fax: 01 (967) 67 465 94

  
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  Urgimos la libertad de Cristóbal Sántiz Jiménez

 21 comunidades de Aldama exigen la libertad de Cristóbal Santiz Jiménez