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Esta es la nueva pagina de europa Zapatista : Contiene noticias y artículos publicados en los sitios web y blogs de los diferentes colectivos europeos solidarios con l@s zapatist@s y con los de abajo y a la izquierda. Permitiendo así colectivizar e intercambiar la información desde nuestros rincones.

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Frayba: Emergenza umanitaria negli Altos, 1764 desplazados.

Comunicato Frayba @Cdhfrayba: Esodo forzato di 1764 persone dalla comunità tsotsil di Chavajebal La comunità tsotsil di Chavajebal, nel municipio di El Bosque, regione Altos del Chiapas, Messico, ha iniziato l’esodo forzato il 7 novembre 2018 alle ore 19:00. Si tratta di circa 1764 persone in situazione di vulnerabilità e che richiedono assistenza umanitaria e la […]

Progetto #MaTerrE - Conferenza Finale

Si è concluso il Progetto MaTerrE: Marketing Territoriale per l'Impiego, avviato nel 2014 dalla ONG bolognese CEFA in partenariato con Atlas- Associazione Tunisina per la Leadership, l'Autosviluppo e la Solidarietà con i finanziamenti dell' Unione Europea e della Regione Emilia Romagna e a cui abbiamo collaborato con il progetto Donne Attive.

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Mappa della Regione Kroumirie- Mogods tra i Governatorati di Jendouba, Beja e Biserta.

La Conferenza di chiusura Kroumirie Mogods: Projets, perspectives et échanges sur la promotion du territoire, tenutasi a Tabarka tra l'8 e il 9 novembre, ha fornito una panoramica completa delle attività e dei risultati di MaTerrE.
Il progetto è nato con l'intento di favorire l'impiego in una delle regioni più povere della Tunisia, la parte Nord Ovest del paese, attraverso il rafforzamento del capitale umano, la promozione del territorio e il sostegno di attività imprenditoriali in settori ricchi di potenziale, quali il turismo responsabile, l'agricoltura e l'artigianato.

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Mohamed Azizi Start Up Base Nature - Imed Abbassi Start Up Eco-Rand

Creare le condizioni per favorire l'impiego attraverso sistemi di valorizzazione del territorio e dei prodotti della Regione Kroumirie-Mogods nel rispetto degli approcci di Marketing Territoriale e di Economia Sociale e Solidale.

Il Nord ovest della Tunisia è una regione che offre una natura ancora genuina, fatta di mare, spiagge, montagne e laghi contornati da una fauna e una flora ricche e variopinte, siti archeologici importanti, tradizioni culturali, artigianali e culinarie, come si è potuto vedere con la delegazione #SurLaRoute.

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Conferenza finale MaTerrE: domande e riflessioni

Si tratta però di una regione che finora non ha avuto l'appoggio necessario e continua a restare una zona svantaggiata, con tutto quello che questo significa nella già precaria condizione economica di crisi, che attanaglia l'intero paese.
A pagare maggiormente il prezzo della precarietà sono donne e giovani. Le prime molte volte relegate al lavoro agricolo mal pagato e i secondi con ben poche prospettive occupazionali.

La sfida di MaTerre è stata quella di accompagnare la nascita di 13 Start Up, gestite da giovani e donne, dando vita ad un ricco ed articolato percorso di formazione nelle tecniche innovative di sviluppo d'impresa e di accompagnamento economico.
I due giorni di Conferenza a Tabarka sono stati ricchi di contenuti e hanno visto un'ampia partecipazione delle autorità locali, dell'organico che ha gestito il Progetto, di esperti internazionali e delle stesse Start Up coinvolte in MaTerrE.

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Portale MaTerrE.tn

Durante l'incontro è stato presentato il portale MaTerrE.tn , concepito come mezzo di comunicazione digitale capace di promuovere e diffondere le realtà di turismo responsabile della regione sia in Tunisia che all'estero.
In MaTerre.tn si potranno consultare le informazioni relative allo sviluppo e agli obiettivi del progetto, i prodotti e servizi turistici offerti dalle Start Up e sarà possibile scaricare la "Guide MaTerrE du Voyageur en Kroumirie-Mogods: à la découverte du Nord-Ouest tunisien".
Ogni Start Up potrà animare una propria pagina personale di promozione per far conoscere prodotti e attività, che si affiancherà allo sviluppo dei canali di comunicazione attraverso i social network, avviati attraverso la formazione alla comunicazione digitale.
Punto di forza del Progetto è stato anche l'aver curato la promozione del territorio e del marketing territoriale attraverso il supporto della cartografia digitale. I sistemi GIS - sistemi informatici geografici - hanno infatti un alto potenziale nell'identificazione e incremento della visibilità dei servizi e prodotti offerti dalla regione.

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Degustazione dei prodotti del territorio

La conferenza ha messo in risalto l'importanza della sostenibilità del territorio e della sua agricoltura, contro le logiche di "industrializzazione" che causano inquinamento delle risorse naturali, riduzione della biodiversità e insicurezza alimentare. Pratiche di supply chain globale, che oltre a creare modelli di distribuzione di massa, riducono i redditi dell'impresa agricola locale abbassando i prezzi e non valorizzando la qualità dei prodotti delle imprese.
Per questo nella Conferenza sono stati sottolineati i vantaggi della transizione all'agricoltura biologica per la crescita della sostenibilità del territorio e delle imprese operanti nel settore agricolo.

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Il miele di Radhouane Hadhri

Nelle due giornate della Conferenza le Start Up presenti hanno raccontato la propria esperienza, non solo a parole ma anche attraverso la condivisione con i partecipanti di prodotti, profumi ed esperienze culinarie.
Una maniera partecipata di raccontare le tante attività che valorizzano la regione come: inoltrarsi nelle foreste di Ain Draham con le le escursioni organizzate dalla Start up Base Nature, regalarsi gli oli essenziali di Flora Natura o i prodotti naturali per la cura del corpo di Tunaroma, gustare i formaggi e i piatti di Borj Lella, esplorare i fondali di Sidi Mechreg con la Start up Eco-Rand, oppure assaporare le ricette di Mme Zaineb Aridhi, parte della "Guida della gastronomia locale nella Kroumerie".

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Preparando l'Assida Zgouzgou

L'incontro non è stato solo la descrizione dei percorsi intrapresi ma una occasione di discussione collettiva. Tra riflessioni e domande, si è creato uno scambio di buone pratiche e suggerimenti tra i partecipanti. La condivisione, la comprensione dell'importanza di mettersi in rete, il socializzare difficoltà e successi può aiutare tutte e tutti a fare un passo avanti.
Una attitudine quanto mai importante in un epoca in cui a prevalere sembra sia, non solo in Tunisia, l'individualismo e la competizione.

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Conferenza finale MaTerrE

Il Progetto MaTerrE si è dunque concluso, non di certo non si ferma il cammino per valorizzare l'intera zona e creare possibilità di impiego in particolare per giovani e donne.
Le Start up, avviate sono ora in grado di continuare in maniera autonoma le proprie attività nei diversi settori scelti, dal turismo responsabile, all'artigianato e le lavorazioni di qualità.
Il Cefa continua il suo impegno attraverso un nuovo progetto, "Start Up Tunisie", nei Governatorati di Jendouba, Beja e Biserta, che mira a promuovere l'impiego di giovani e donne e a favorire la crescita e la formazione di 30 piccole imprese che prenderanno parte al Progetto.

Il cammino tracciato da MaTerrE è tutto da scoprire e arricchire.

Le potenzialità della regione, la forza della sua natura e soprattutto la vivacità di chi ci abita sono una realtà viva e ricca che meglio delle parole ci racconta in immagini il video Ya aburnee diretto da Joe Barba.
Buona visione!

Repas de soutien aux prisonniers politiques des régions indiennes du Mexique

Miguel Peralta, mazatèque, condamné à plus de 50 ans de prison ; Dominga González Martínez, Pedro Sánchez Berriozábal, Rómulo Arias Míreles, Teófilo Pérez González, Lorenzo Sánchez Berriozábal et Marco Antonio Pérez González, de la communauté nahua de Tlanixco, eux aussi condamnés à plus de 50 ans de prison ; Fidencio Aldama Pérez de la communauté yaqui de Loma de Bácum, condamné à plus de 15 ans de prison : la répression des luttes sociales dans les régions indiennes du Mexique est extrêmement dure, et pour décourager les résistances, nombre d'activistes des communautés se retrouvent emmurés vivants.

Mercredi 21 novembre à partir de 19 h à la Nouvelle Rotisserie, nous organisons un repas de solidarité pour aider au lancement des campagnes internationales pour la libération de Miguel Ángel Peralta, mazatèque originaire du village d'Eloxochitlán de Flores Magón ( plus d'informations ici), ainsi que de la campagne lancée par le Congrès National Indigène pour la libération des prisonniers de la communauté indigène nahua de San Pedro Tlanixco et de la communauté de Loma de Bácum, de la tribu Yaqui, dans l'État de Sonora. Venez nombreuses et nombreux !!

MERCREDI 21 NOVEMBRE A PARTIR DE 19H

à la Nouvelle Rôtisserie
4, rue Jean et Marie Moinon, Paris 10e

métro Colonel Fabien ou Belleville

Entrée-plat-dessert : viande 12 euros / végétarien 10 euros
(Plat unique : 5 euros )

Tous les profits seront reversés aux campagnes lancées au Mexique pour la libération des prisonniers

Plus d'infos sur Miguel Angel Peralta ici : Miguel Peralta condamné à 50 ans de prison !

Plus d'informations ici au sujet de la communauté de Tlanixco et de la lutte pour la libération des prisonniers politiques de ce village nahua, ayant lutté contre la spoliation de leurs sources d'eau au bénéfice des grandes multinationales de la floriculture de l'Etat de Mexico.

Plus d'informations là au sujet de la tribu yaqui et de l'incarcération de Fidencio Aldama Pérez, condamné en mai 2018 à une peine de plus de 15 ans de prison suite aux affrontements survenus à Loma de Bácum le 21 octobre 2016, afin d'imposer la construction d'un gazoduc passant par le territoire de la communauté.

Affiche pour impression :

Flyers A5 :

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L.H. Navarro: L’esodo centroamericano e la teoria del complotto.

L’esodo centroamericano e la teoria del complotto @lhan55 Luis Hernández Navarro  Invece di tentare di comprender in tutta la loro complessità i fattori che hanno scatenato la serie di carovane di migranti centroamericani iniziata lo scorso 12 ottobre a San Pedro Sula, Honduras, alcuni analisti e figure politiche li hanno spiegati come il prodotto di cospirazioni. […]

Une finca, un monde, une guerre, peu de probabilités

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Une finca, un monde, une guerre, peu de probabilités

Participation de la Commission Sexta de l'EZLN à la rencontre des réseaux de soutien au Conseil indigène de gouvernement et à sa porte-parole.

Août 2018. (Version complétée)

Pour des raisons de temps, la participation zapatiste n'a pas été complète. Nous vous avons promis que nous vous enverrions ensuite ce qui manquait : voici la version originale qui comprend des parties de la transcription plus ce qui n'a pas été dit. De rien, il n'y a pas de quoi.

300. Première partie

Sous-commandant insurgé Galeano

Bonjour, merci d'être venus, d'avoir accepté notre invitation et de partager votre parole avec nous.

Commençons par expliquer notre façon de faire notre analyse et notre évaluation.

Nous commençons par analyser ce qui se passe dans le monde, puis nous descendons à ce qui se passe sur le continent, puis nous descendons à ce qui se passe dans le pays, puis dans la région et ensuite localement. Et de là, nous trouvons une initiative et nous commençons à passer du local au régional, au national, au continent et au monde entier.

Selon notre pensée, le système dominant dans le monde est le capitalisme. Pour nous l'expliquer, à nous et aux autres, nous utilisons l'image d'une finca [1].

Je vais demander au sous-commandant Moisés de nous le décrire.

Sous-commandant insurgé Moisés

Bon, alors, compañeros, compañeras, nous avons demandé à des compañeros et des compañeras arrière-grands-pères et arrière-grands-mères qui étaient en vie — certains sont encore en vie. Voici ce qu'ils nous ont dit, ce qui nous a amenés à penser — c'est ce que nous disons aujourd'hui — que les riches, les capitalistes, veulent faire du monde leur finca.

Il y a le finquero, le propriétaire terrien, le maître de milliers d'hectares de terre, et ça sans être là, parce que le patron a son contremaître qui s'occupe de la finca, et puis ce contremaître s'adresse à son mayordomo qui est celui qui va exiger qu'on travaille sa terre ; et ce contremaître, sur l'ordre du patron, doit trouver quelqu'un d'autre qu'on appelle le caporal qui est celui qui veille sur la finca, sa maison.

Ensuite, ils nous ont raconté que dans les fincas on fait des choses différentes : il y a des fincas d'élevage de bétail, de café, de canne, où on fait du sucre, de maïs et de haricots. Alors, ils le combinent, ils combinent ces activités ; c'est-à-dire, dans une finca de dix mille hectares, il y a de tout, du bétail, de la canne à sucre, des haricots, des champs de maïs. Donc, toute leur vie, les gens y circulent, y travaillent — ce que nous appelons les ouvriers agricoles ou les manœuvres, les gens qui souffrent là.

Celui qui est contremaître, il complète son salaire en volant le patron sur ce que produit la finca. Autrement dit, en plus de ce que le patron, le finquero, lui paye, le contremaître en profite pour voler. Par exemple, si dix génisses et quatre taurillons sont nés, le contremaître ne rend pas de comptes exacts, mais dit au patron que seulement sont nés cinq génisses et deux taurillons. Si le patron s'aperçoit de l'arnaque, il chasse le contremaître et en met un autre à la place. Mais le contremaître vole toujours quelque chose, autrement dit c'est ce qu'on appelle la corruption.

Ils nous racontent que quand le patron n'est pas là et que le contremaître est celui qui reste, quand le contremaître veut partir aussi, alors il cherche quelqu'un de ceux qu'il a là, qui soit aussi salaud que lui, aussi exigeant, quoi ; alors pendant qu'il va faire son petit tour, il laisse quelqu'un en charge, c'est-à-dire il cherche son ami qu'il va laisser à sa place pour ensuite revenir et reprendre son poste de contremaître.

Et alors nous voyons ceci, que le patron n'est pas là, le patron est ailleurs ; le contremaître, c'est ainsi que nous l'appelons, que l'appellent les pays ou les peuples comme nous disons, parce que nous voyons que ce n'est plus un pays, c'est le Peña Nieto comme nous disons, le contremaître. Le mayordomo, nous disons que ce sont les gouverneurs, et les caporales les maires. C'est structuré de la façon dont ils vont dominer, quoi.

Nous voyons aussi que ce contremaître, ce mayordomo et ce caporal sont ceux qui exigent des gens. Et là, dans la finca, les arrière-grands-parents nous disent qu'il y a un magasin, ils appellent ça une tienda de raya — c'est ce qu'ils nous ont dit — ça veut dire que le magasin est là où on s'endette ; alors les exploités qui sont là, les ouvriers ou ouvrières comme on les appelle, ils ont pris l'habitude d'aller y acheter leur sel, leur savon, ce dont ils ont besoin, c'est-à-dire qu'il ne se servent pas d'argent ; le patron a là sa boutique et c'est là qu'ils s'inscrivent, parce qu'ils ont besoin du sel, du savon, de la machette, de la lime ou de la hache, alors ils achètent là, ils ne vont pas payer avec de l'argent mais avec leur force de travail.

Et les arrière-grands-parents nous racontent que leur vie, celle des femmes comme celle des hommes, c'est qu'on leur donne juste de quoi manger aujourd'hui pour que demain ils continuent à travailler pour le patron, et c'est ainsi qu'ils ont passé toute leur vie.

Et ce que disent nos arrière-grands-parents, nous l'avons vérifié, parce que lorsque nous nous sommes soulevés en 1994, lorsque nous avons pris les fincas pour chasser ces exploiteurs, nous avons trouvé des contremaîtres et des gens acasillados, ils nous ont dit qu'ils ne savaient pas ce qu'ils allaient faire, parce ce que maintenant où vont-ils trouver leur sel, leur savon, maintenant que leur patron n'est plus là. Ils nous ont demandé maintenant qui va être le nouveau patron, parce qu'ils veulent y aller, parce qu'ils ne savent pas quoi faire, parce que où ils vont trouver leur savon, leur sel.

Alors nous leur avons dit : maintenant vous êtes libres, travaillez la terre, elle est à vous, comme avec le patron qui vous a exploités, maintenant vous allez travailler, mais c'est pour vous, pour votre famille. Mais alors ils résistent, ils disent non, cette terre est au patron.

C'est là que l'on a vu qu'il y a des gens qui sont réduits en esclavage. Et s'ils ont leur liberté, alors ils ne savent pas quoi faire, parce qu'ils ne savent qu'obéir.

Et ce dont je vous parle, c'est d'il y a cent ans, plus de cent ans, parce que ce sont nos arrière-grands-parents qui nous le racontent — l'un d'eux a plus ou moins cent vingt-cinq, cent vingt-six ans maintenant parce qu'on a parlé avec ce compañero il y a plus d'un an.

Donc on a ça, et c'est ce qui va arriver. Aujourd'hui, nous pensons que le capitalisme est comme ça. Il veut transformer le monde en finca. Autrement dit, ce sont les hommes d'affaires transnationaux : « Je vais à ma finca La Mexicana », selon ses envies ; « Je vais à ma finca La Guatemalteca, La Hondureña », ainsi de suite.
Et le capitalisme va commencer à organiser selon son intérêt, comme nos arrière-grands-parents nous racontent que dans une finca il y a de tout, du café, du bétail, du maïs, des haricots, et dans une autre, non, c'est juste de la canne pour en tirer la mélasse, et dans une troisième encore autre chose. C'est comme ça qu'ils nous ont organisés, chacun des finqueros.

Il n'y a pas de bon patron, ils sont tous mauvais.

Bien que nos arrière-grands-parents nous racontent qu'il y en a de bons — disent-ils —, quand on se met à l'analyser, à y penser, à l'observer, juste parce qu'on est moins maltraités, alors nos arrière-grands-parents disent qu'ils sont bons, car ils ne sont pas battus, mais être exploités, exploitées, on n'y coupe pas. Dans d'autres fincas, en plus de se crever au travail, si on n'en fait pas plus, on reçoit des coups de trique.

Alors nous pensons que tout ce qui leur est arrivé est ce qui va nous arriver, mais maintenant non seulement à la campagne, mais aussi en ville. Parce que ce n'est pas le même capitalisme qu'il y a cent ans, deux cents ans, son mode d'exploitation est maintenant différent et ce n'est pas seulement dans les campagnes qu'il exploite aujourd'hui mais aussi dans la ville. Et son exploitation change de mode, disons-nous, mais c'est toujours de l'exploitation. Comme si c'était la même cage fermée, mais de temps en temps elle est repeinte, comme si elle était neuve, mais c'est la même.

Quoi qu'il en soit, il y a des gens qui ne veulent pas la liberté, ils sont déjà habitués à obéir et veulent juste un changement de patron, de contremaître, qu'il ne soit pas si vache, qu'il exploite autant les gens mais les traite bien.

Alors ne perdons pas ça de vue parce que c'est ce qui arrive, ce qu'ils commencent déjà à faire.

C'est ce qui attire notre attention : est-ce qu'il y a d'autres gens, hommes et femmes, qui eux aussi voient, pensent, estiment que c'est ce qu'ils vont nous faire ?
Et que vont faire ces frères et ces sœurs ? Est-ce qu'ils se contentent d'un changement de contremaître ou de patron, ou est-ce que ce qu'ils veulent c'est la liberté ?

C'est ce que j'ai à vous expliquer parce que c'est ce qui vient avec ce que nous pensons et voyons avec les compañeros, compañeras, en tant qu'Armée zapatiste de libération nationale.

Sous-commandant insurgé Galeano

Donc ce que nous voyons au niveau mondial est une économie prédatrice. Le système capitaliste avance de manière à conquérir des territoires, en détruisant au maximum. En même temps, la consommation est portée aux nues. Il semble que le capitalisme ne se préoccupe plus de savoir qui va produire les choses, ça c'est les machines qui s'en chargent, mais il n'y a pas de machines qui consomment des marchandises.

En réalité, cette exaltation de la consommation cache une exploitation brutale et un pillage sanguinaire de l'humanité qui n'apparaissent pas dans l'immédiateté de la production moderne des marchandises.

La machine automatisée au maximum qui fabrique sans intervention humaine des ordinateurs ou des téléphones portables fonctionne non pas sur le progrès scientifique et technologique mais sur le pillage des ressources naturelles (la destruction/dépopulation nécessaire et la reconstruction/restructuration de territoires) et sur l'esclavage inhumain de milliers de petites, petites et moyennes cellules d'exploitation de la main-d'œuvre humaine.

Le marché (ce gigantesque magasin de marchandises) contribue à ce mirage de la consommation : les marchandises semblent au consommateur « étrangères » au travail humain (c'est-à-dire à son exploitation) ; et l'une des conséquences « pratiques » est de donner au consommateur (toujours individualisé) l'option de se « rebeller » en choisissant tel ou tel marché, telle consommation ou telle autre, de refuser une consommation spécifique. Vous ne voulez pas consommer de la malbouffe ? Pas de problème, les produits alimentaires bio sont aussi en vente, un peu plus chers. Vous ne buvez pas les sodas de cola bien connus parce qu'ils sont mauvais pour la santé ? Pas de problème, l'eau en bouteille est commercialisée par la même compagnie. Vous ne voulez pas consommer dans les grandes chaînes de supermarchés ? Pas de problème, la même entreprise fournit la boutique du coin de la rue. Et ainsi de suite.

Il organise donc la société mondiale entre autres en donnant, en apparence, la priorité à la consommation. Le système fonctionne avec cette contradiction (parmi d'autres) : il veut se débarrasser de la main-d'œuvre parce que son « usage » présente plusieurs inconvénients (par exemple, il a tendance à s'organiser, à protester, à arrêter le travail, à faire des grèves, à saboter la production, à s'allier les un·e·s les autres) ; mais en même temps il a besoin de la consommation des marchandises par cette marchandise « spéciale ».

Même si le système vise à « automatiser », l'exploitation de la main-d'œuvre est pour lui fondamentale. Peu importe combien de biens de consommation il envoie à la périphérie du processus productif, ou combien il étire la chaîne de production de façon à faire croire (à « faire semblant ») que le facteur humain est absent : sans la marchandise essentielle (la force de travail), le capitalisme est impossible. Un monde capitaliste sans exploitation, où seule la consommation prévaut, c'est de la science-fiction, des élucubrations sur les réseaux sociaux et des rêves paresseux d'admirateurs des kamikazes de la gauche aristocratique.

Ce n'est pas l'existence du travail qui définit le capitalisme, mais la caractérisation de la capacité de travail comme une marchandise à vendre et à acheter sur le marché du travail. Ce qui veut dire qu'il y en a qui vendent et il y en a qui achètent ; et, surtout, qu'il y a ceux qui n'ont d'autre choix que de se vendre eux-mêmes.

La possibilité d'acheter la force de travail repose sur la propriété privée des moyens de production, de circulation et de consommation. La propriété privée de ces moyens est au cœur même du système. Par-dessus cette division en classes (la possédante et la dépossédée), pour la cacher, on a construit toutes les simulations juridiques et médiatiques et aussi les preuves dominantes : la citoyenneté et l'égalité juridique ; le système pénal et policier, la démocratie électorale et les divertissements (choses de plus en plus difficile à différencier) ; les néo-religions et la neutralité supposée des technologies, des sciences sociales et des arts ; le libre accès au marché et à la consommation ; et les absurdités (plus ou moins élaborées) comme « le changement est en soi-même », « chacun est l'architecte de son propre destin », « à mauvaise fortune bonne figure », « ne donne pas un poisson à celui qui a faim, apprends-lui à pêcher » (« et vends-lui la canne à pêche »), et les tentatives maintenant à la mode d'« humaniser » le capitalisme, de le rendre bon, rationnel, désintéressé, light.

Mais la machine veut des profits et elle est insatiable. Il n'y a pas de limite à sa gloutonnerie. Et la recherche du profit n'a ni éthique ni rationalité. Si elle doit tuer, elle tue. Si elle a besoin de détruire, elle détruit. Même si c'est le monde entier.

Le système avance dans sa reconquête du monde. Peu importe ce qui est détruit, ce qui reste ou ce qu'il y a en trop : c'est jetable tant qu'on obtient le profit maximal le plus vite possible. La machine revient aux méthodes qui lui ont donné naissance — c'est pourquoi nous vous recommandons de lire L'Accumulation originelle du capital — c'est-à-dire la conquête de nouveaux territoires par la violence et la guerre.

Avec le néolibéralisme, le capitalisme a en quelque sorte laissé en suspens une partie de la conquête du monde et il a maintenant à la compléter. Dans son développement, le système « découvre » que de nouvelles marchandises sont apparues et que ces nouvelles marchandises se trouvent sur le territoire des peuples originaires : l'eau, la terre, l'air, la biodiversité ; tout ce qui n'est pas encore abîmé se trouve sur le territoire des peuples originaires et c'est ce qu'il veut. Quand le système cherche (et conquiert) de nouveaux marchés, ce ne sont pas seulement des marchés de consommation, d'achat et de vente de marchandises, il cherche aussi et surtout et tente de conquérir des territoires et des populations afin d'en tirer le plus possible, peu importe qu'ensuite il laisse derrière lui un désert, héritage et trace de son passage.

Lorsqu'une compagnie minière envahit un territoire des peuples originaires, sous le prétexte de « créer des emplois » pour la « population autochtone » (j'te jure que c'est comme ça qu'ils nous appellent), elle ne fait pas que proposer aux gens de quoi acheter un nouveau téléphone cellulaire dernier cri, elle rejette aussi une partie de cette population et anéantit (dans toute l'extension du mot) le territoire où elle opère.

Le « développement » et le « progrès » offerts par le système cachent en fait qu'il s'agit de son propre développement et de son propre progrès ; et surtout ils cachent le fait que ce développement et ce progrès sont obtenus au prix de la mort et de la destruction des populations et des territoires.

C'est sur quoi se fonde la prétendue « civilisation » : ce dont les peuples originaires ont besoin, c'est de « sortir de la pauvreté », c'est-à-dire qu'ils doivent être payés. Alors on propose des « emplois », c'est-à-dire des entreprises qui « embauchent » (exploitent) les « aborigènes » (j'te jure, c'est ce qu'ils disent).

« Civiliser » une communauté originelle, c'est convertir sa population en main-d'œuvre salariée, c'est-à-dire ayant la capacité de consommer. C'est pourquoi tous les programmes de l'État se proposent « l'intégration de la population marginalisée à la société ». Et, par conséquent, les peuples autochtones ne veulent pas le respect de leur temps et de leur mode de vie, mais une « aide » pour « placer leurs produits sur le marché » et « trouver un emploi ». En résumé : l'optimisation de la pauvreté.

Et par « peuples originaires », nous entendons non seulement ceux que l'on appelle à tort les « indigènes », mais tous les peuples qui, à l'origine, s'occupaient des territoires subissant aujourd'hui les guerres de conquête, comme le peuple kurde, et qui sont soumis par la force aux prétendus États nationaux.

Ce qui est appelé « forme de nation » de l'État est né avec la montée du capitalisme comme système dominant. Le capital avait besoin de protection et d'aide pour sa croissance. L'État ajoute alors à sa fonction essentielle (la répression) celle de garant de ce développement. Bien sûr, on disait alors que c'était pour imposer des normes à la barbarie, « rationaliser » les relations sociales et « gouverner » pour tous, « servir d'intermédiaire » entre dominateurs et dominés.

La « liberté » était la liberté d'acheter et de vendre (se vendre) sur le marché ; l'« égalité » servait la cohésion de la domination en homogénéisant ; et la « fraternité », eh bien, nous sommes tous frères et sœurs, le patron et l'ouvrier, le finquero et le péon, la victime et le bourreau.

Puis on a dit que l'État national devait « réguler » le système, le mettre à l'abri de ses propres excès et le rendre « plus équitable ». Les crises étaient le produit de défauts de la machine, et l'État (et le gouvernement en particulier) était le mécanicien efficace toujours prêt à corriger ces imperfections. Bien sûr, au long terme, il s'est avéré que l'État (et le gouvernement en particulier) faisait partie du problème, pas de la solution.

Mais les éléments fondamentaux de cet État-nation (police, armée, langue, monnaie, système juridique, territoire, gouvernement, population, frontière, marché intérieur, identité culturelle, etc.) sont aujourd'hui en crise : les polices ne préviennent pas le crime, elle le commettent ; les armées ne défendent pas la population, elles la répriment ; les « langues nationales » sont envahies et modifiées (c'est-à-dire conquises) par la langue dominante des échanges ; les monnaies nationales sont indexées sur les monnaies qui monopolisent le marché mondial ; les systèmes juridiques nationaux sont subordonnés aux lois internationales ; les territoires s'étendent et se contractent (et se fragmentent) en fonction de la nouvelle guerre mondiale ; les gouvernements nationaux subordonnent leurs décisions fondamentales aux diktats du capital financier ; les frontières varient dans leur porosité (ouvertes au trafic des capitaux et des marchandises et fermées aux personnes) ; les populations nationales « se mélangent » avec celles venant d'autres États, etc.

En même temps qu'il « découvre » de nouveaux « continents » (c'est-à-dire de nouveaux marchés pour l'extraction de marchandises et pour la consommation), le capitalisme est confronté à une crise complexe (dans sa composition, son étendue et sa profondeur), qu'il a lui-même produite par son ardeur prédatrice.

C'est une combinaison de crises :

L'une est la crise environnementale qui s'abat sur le monde entier et qui est aussi produite par le développement du capitalisme : l'industrialisation, la consommation et le pillage de la nature ont un impact environnemental qui altère déjà ce qu'on appelle « la planète Terre ». Le météore « capitalisme » est déjà tombé, et il a radicalement modifié la surface et les entrailles de la troisième planète du système solaire.

L'autre est la migration. Des territoires entiers sont paupérisés et détruits et les gens sont forcés à émigrer, cherchant où vivre. La guerre de conquête, qui est l'essence même du système, n'occupe plus des territoires et leur population, mais classe cette population sous la rubrique « restes », « ruines », « décombres », et ces populations meurent ou émigrent vers la « civilisation », qui, il ne faut pas l'oublier, fonctionne sur la destruction des « autres » civilisations. Si ces gens ne produisent pas ou ne consomment pas, ils sont excédentaires. Ce qu'on appelle le « phénomène migratoire » est produit et alimenté par le système.

Et une autre crise — sur laquelle nous nous trouvons d'accord avec divers analystes du monde entier — est l'épuisement des ressources qui font marcher « la machine » : les énergétiques. Ce qu'on appelle les derniers « pics » des réserves de pétrole et de charbon, par exemple, sont déjà tout proches. Ces énergies s'épuisent et sont très limitées, leur remplacement prendrait des millions d'années.

L'épuisement prévisible et imminent rend stratégiques les territoires disposant de réserves énergétiques — quoique limitées. Le développement des sources d'énergie « alternatives » est trop lent pour la simple raison qu'il n'est pas rentable, c'est-à-dire que l'investissement n'est pas remboursé rapidement.

Ces trois éléments de cette crise complexe mettent en question l'existence même de la planète.

La crise terminale du capitalisme ? Pas le moins du monde. Le système a montré qu'il est capable de surmonter ses contradictions et même de fonctionner avec et dans celles-ci.

Ainsi, face à ces crises provoquées par le capitalisme lui-même, qui provoque la migration, provoque des catastrophes naturelles, qui s'approche de la limite de ses ressources énergétiques fondamentales (en l'occurrence le pétrole et le charbon), il semble que le système tente un repli vers l'intérieur, comme une anti-mondialisation, pour pouvoir se défendre contre lui-même et il utilise la droite politique comme garante de ce repli.

Cette apparente contraction du système est comme un ressort qui se rétracte pour se dilater ensuite. En réalité, le système se prépare à une guerre. Une autre guerre. Une guerre totale : partout, tout le temps et par tous les moyens.

On construit des murs juridiques, des murs culturels et des murs matériels pour essayer de se défendre contre les migrations qu'ils ont eux-mêmes provoquées ; on tente de refaire la carte du monde, de ses ressources et de ses catastrophes, pour que la gestion des premières assure le maintien du fonctionnement du capital et que les secondes n'affectent pas trop les centres où le Pouvoir se regroupe.

Selon nous, ces murs continueront à proliférer jusqu'à ce que soit construit une sorte d'archipel « d'en haut » où, sur des « îles » protégées, se trouvent les maîtres, disons, ceux qui ont la richesse ; et tous les autres, nous nous retrouvons hors de ces archipels. Un archipel avec des îles pour les patrons, et avec des îles différenciées — comme les fincas — ayant des tâches spécifiques. Et, bien loin, les îles perdues, celles des jetables. Et en pleine mer, des millions de barques errant d'une île à l'autre, à la recherche d'un lieu d'accostage.

Science-fiction de fabrication zapatiste ? Googlez « Bateau Aquarius » et jugez à quel point ce que nous décrivons diffère de la réalité. L'Aquarius s'est vu refuser la possibilité d'accoster un port par plusieurs nations européennes. Pour quelle raison ? La cargaison mortelle qu'il transporte : des centaines de migrants de pays « libérés » par l'Occident au cours de guerres d'occupation et de pays gouvernés par des tyrans avec l'aval de l'Occident.

« L'Occident », symbole de la civilisation autoproclamée, avance, détruit, puis se retire et ferme, pendant que le grand capital continue son négoce : il a fabriqué et vendu les armes de destruction, il fabrique et vend aussi les machines pour la reconstruction.

Et ceux qui prônent ce retrait, c'est la droite politique en plusieurs endroits. C'est-à-dire, les contremaîtres « efficaces », ceux qui contrôlent la peonada et assurent le profit du finquero... bien que plus d'un, une, un·, vole une partie des génisses et taurillons. Et, en plus, ils « fouettent » trop leur population acasillada respective.

Tous ceux qui sont en trop : ou ils consomment, ou il faut les anéantir ; il faut les pousser de côté ; ce sont — comme nous disons — les jetables. Ils et elles ne comptent même parmi les « victimes collatérales » de cette guerre.

Ce n'est pas que quelque chose est en train de changer, c'est qu'il a déjà changé.

Et maintenant utilisons la comparaison avec les peuples originaires parce que, pendant longtemps, dans la phase précédente du développement du capitalisme, les peuples originaires ont été comme oubliés. Auparavant, nous prenions l'exemple des enfants indigènes, qui étaient les non-nés parce qu'ils naissaient et mouraient sans que personne ne les compte, et ces enfants non nés habitaient dans ces régions, par exemple dans ces montagnes qui n'intéressaient personne auparavant. Les bonnes terres (les planadas, on les appelle) ont été occupées par les fincas, par les grands propriétaires terriens, et ils ont poussé les indigènes dans les montagnes, et maintenant il s'avère que ces montagnes ont des richesses, des marchandises que le capital veut aussi, et donc il n'y a nulle part où aller pour les peuples originaires.

Ou ils se battent et défendent, même jusqu'à la mort, ces territoires, ou y n'a pas le choix, bien sûr. Car il n'y aura pas de bateau pour les recueillir quand ils navigueront par tous les temps sur les eaux et les terres du monde.

Une nouvelle guerre de conquête des territoires des peuples originaires est en cours, et le drapeau brandi par l'armée d'invasion porte aussi parfois les couleurs de la gauche institutionnelle.

Ce changement de la machine qui concerne la campagne ou les « zones rurales » et qui ressort d'une analyse même superficielle, se produit également dans les villes ou dans les « zones urbaines ». Les grandes villes ont été réaménagées ou sont en cours de réaménagement, après ou pendant une guerre sans merci contre leurs habitants marginaux. Chaque ville contient beaucoup de villes, mais une seule ville centrale : celle du capital. Les murs qui entourent cette ville sont constitués de lois, de plans d'urbanisation, de policiers et de groupes d'intervention.

Le monde entier se fragmente ; les murs prolifèrent ; la machine avance dans sa nouvelle guerre d'occupation ; des centaines de milliers de personnes découvrent que le nouveau foyer que la modernité leur a promis est une barque en haute mer, le bas-côté d'une autoroute ou un centre de détention pour « sans-papiers » surpeuplé ; des millions de femmes apprennent que le monde est un immense club de chasse où elles sont la proie à capturer, l'enfance est alphabétisée en tant que marchandise sexuelle et main-d'œuvre ; et la nature présente la note en chiffre rouge de la dette prolongée qu'a accumulée le capitalisme au cours de sa brève histoire comme système dominant.

Bien sûr, il manque ce que disent les femmes qui se battent, ceux et celles d'en bas (pour qui, au lieu du glamour des placards entrouverts d'en haut, il y a mépris, persécution et mort), celles qui passent la nuit dans les banlieues populaires et le jour à travailler dans la capitale, les migrant·e·s qui se souviennent que ce mur n'a pas été là de tout temps, les proches des disparu·e·s, assassiné·e·s et emprisonné·e·s qui n'oublient ni ne pardonnent, les communautés rurales qui découvrent qu'elles ont été trompées, les identités qui découvrent leurs différences et passent de la honte à l'orgueil, et tous, toutes les jetables qui comprennent que leur destin n'a pas à être l'esclavage, l'oubli ou la mort mortelle.

Parce qu'une autre crise, qui passe inaperçue, est l'émergence et la prolifération de rébellions, de noyaux humains organisés qui défient non seulement le Pouvoir, mais aussi sa logique perverse et inhumaine. Diverse dans son identité, c'est-à-dire dans son histoire, cette irruption apparaît comme une anomalie du système. Cette crise-là ne compte pas pour les lois de la probabilité. Ses possibilités de persister et de s'approfondir sont minimes, presque nulles. C'est pour ça qu'ils ne comptent pas dans les comptes d'en haut.

Pour la machine, il n'y a pas de quoi s'inquiéter des rébellions. Ils sont peu nombreux, peu nombreuses, au mieux ils arrivent à 300.

Il est certain que cette vision du monde, la nôtre, est incomplète et qu'il y a une très forte probabilité pour qu'elle soit erronée. Mais c'est ainsi que nous voyons le système dans le monde entier. Et de cette évaluation, découle ce que nous voyons et évaluons aux niveaux continental, national, régional et local.

(À suivre)

Traduit de l'espagnol (Mexique) par Joani Hocquenghem, pour la voie du jaguar

Source et texte d'origine : Enlace Zapatista


[1] Une finca est une grande propriété foncière (appelée hacienda dans d'autres régions du Mexique).

Walking Sounds - A Padova la delegazione irachena

Quarantotto ore possono essere un tempo lunghissimo oppure passare in un baleno. Le 48 ore della visita di Saman, Niwar e Zhalyan, giovani musicisti iracheni, il 6 e 7 novembre a Padova, sono state un'intenso momenti di scambio e condivisione con oltre mille persone di ogni genere ed età, in un turbinoso susseguirsi tra parole e musica.

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Per le strade di Padova

Ascoltare da chi ci vive qual'è la complessità dell'attuale situazione, nel Kurdistan Iracheno e nell'intero Iraq, ha rappresentato un modo coinvolgente e particolarmente unico per approfondire, fuori da stereotipi e luoghi comuni, la conoscenza di territori che ci vengono presentati solo come luoghi di guerra e barbarie.

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Zhalian K. Amhed

Attraverso i racconti dei giovani iracheni diventa più chiaro dipanare la nebbia di banalità, superficialità e mancanza di informazioni in cui siamo avvolti, anche senza volere.
Così la riflessione diventa più profonda e si possono approfondire molti temi.
La religione usata da gruppi di potere vecchi e nuovi per separare e radicalizzare le tensioni ed alimentare nuovi conflitti.
I giochi politici delle varie potenze regionali che si scontrano per l'egemonia dell'area, come l'Iran, la Turchia, l'Arabia Saudita travolgendo in una sorte di guerra per procura intere comunità.
La drammatica situazione creata dalla guerra in Siria.
L'impatto violento e brutale dell'entrata in scena dell'Isis e le contraddizioni del periodo post liberazione delle zone occupate dagli uomini del Califfato.

Quello che sta succedendo è una sorte di brutale modificazioni nello scacchiere delle presenze territoriali delle varie comunità.

Prima gruppi religiosi, comunità etniche anche diverse vivevano l'una a fianco all'altra. Oggi a causa dei conflitti e della presenza di così tanti gruppi armati, non solo intere comunità si sono dovute spostare, ma hanno paura di tornare dove prima abitavano e soprattutto si guardano con diffidenza e sospetto.

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Saman Kareem


Una profonda rottura dei legami sociali dell'intera regione che rende quanto mai fondamentale ricistruire la coesione, il rispetto dei diritti umani e delle differenze. Questa è la solo strada ardua e difficile di costruire una possibile speranza per il futuro.
Riflessioni che specchiandosi nei racconti dei ragazzi iracheni, forse, se ci pensiamo, sono utili anche a noi.
L'esperienza dei Centri giovanili, promossi da Un ponte …. nel Kurdistan iracheno, dove possono stare insieme rifugiati siriani, sfollati interni iracheni, sunniti, sciti, mussulmani, cristiani, zoroastri, ezidi etc ..., insomma tutte le variegate comunità che arricchiscono questo pezzo di mondo, diventa per ciò non solo importante per il futuro dell'Iraq ma paradigmatica delle contraddizioni contemporanee globali.

Così come l'impegno e l'attivismo di giovani come Saman, Niwar e Zhalyan che insieme a molti altri ragazze e ragazzi cercano di costruire percorsi di cambiamenti sociale anche attraverso forme d'espressione artistiche come la musica, diventano uno stimolo anche per tutti noi, giovani e non.

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Università Padova

La delegazione irachena è arrivata a Padova, dopo la prima tappa in Italia a Mogliano Veneto con Officina 31021, accompagnata da Luca Chiavinato, il musicista padovano che attraverso Laboratori e Residenze artistiche in Iraq ha contribuito a far nascere l'Ensemble MSHAKHT, che oggi conta oltre 100 giovani musicisti tra Douk, Erbil, Sulaymaniyah nel Kurdistan iracheno e Baghdad.

Durante la permanenza a Padova si sono svolti diversi incontri all'Università, al Master Human Rights and Multilevel Governace, condotto dal professore Paolo de Stefani, al Corso English is a global language con Francesca Helm e al Corso Movimenti Sociali nel Mediterraneo con Giuseppe Acconcia.
Un'occasione di scambio, arricchita dalle molte domande degli studenti presenti.

Si è parlato di come i Centri giovanili siano nati nel periodo dell'arrivo di migliaia di rifugiati siriani e poi di altre migliaia di sfollati interni in fuga dall'avanzata di Isis, proprio per creare dei luoghi d'incontro tra giovani diversi per lingua, cultura, appartenenza religiosa ed etnica.
Si è poi passati a descrivere la complessità politica e sociale del Kurdistan Iracheno e di tutto l'Iraq, alla luce delle guerre passate e presenti nell'intera regione.

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Università Padova

Grazie all'intervento di Zhalian è stato possibile affrontare le molte problematiche connesse alle discriminazioni e violenze nei confronti delle donne.
In Iraq negli ultimi mesi sono state uccise diverse donne “colpevoli” di essere protagoniste della loro vita e della scena pubblica.
Tara Fares, ex Miss Iraq, blogger e influencer è stata uccisa un mese fa a Baghdad.
A fine settembre Su'ad Al-Ali è stata uccisa a Bassora. Presidente dell'ONG Al Weed AlAlaiami for Human Rights, che lavora per i diritti delle donne e dei bambini, Su'ad negli ultimi mesi aveva guidato e partecipato alle proteste contro le violazioni dei diritti umani nella città e contro la corruzione, la mancanza di infrastrutture e servizi igienici, e la crescente disoccupazione nella sua città. Con coraggio, Su'ad si batteva per i diritti del popolo iracheno e condannava la brutale repressione delle proteste e la violenza delle autorità.
La stessa sorte di altre donne o “famose” o attiviste impegnate nelle lotte sociali.
Dietro a queste violenze, destinate a restare impunite, c'è un back ground sociale, che vuole imporre alle donne di non uscire dai ruoli tradizionali in famiglia e nella società. Esiste un tacito e pericoloso consenso sociale: “se a una donna capita qualcosa di male, in qualche maniera se l'è voluta, non avendo fatto quello che deve”.
L'immenso lavoro, che associazioni e gruppi, come quelli a cui appartiene Zhalian, svolgono è volto a modificare le radici della violenza e discriminazione delle donne. Dare alle donne la possibilità di essere indipendenti anche economicamente, rafforzarne la presenza pubblica, denunciare i casi di discriminazione.

Un lavoro non certo facile, ostacolato in ogni maniera. Ma che avanza nonostante le enormi difficoltà.

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Liceo Maria Ausiliatrice

I tratti differenti della situazione politica in Kurdistan, formalmente meno oppressiva di quella in Iraq, non impediscono che sia rischioso denunciare la corruzione, la gestione nelle mani di pochi delle istituzioni, le violazioni dei diritti umani.
Nonostante questo esiste una forte vitalità di gruppi di base, organizzazioni sindacali, di donne e di giovani, che trovano nell'Iraqi Social Forum come nel Kurdish Social Forum la possibilità di rafforzarsi, discutendo insieme, costruendo campagne d'azione comuni.
Un altro tasto dolente, raccontato dalla delegazione irachena è la libertà di stampa e d'espressione. Il costante attacco verso le voci libere.

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Niwar Ismat Issa

Alla conclusione degli incontri l'appassionato racconto di come le espressioni artistiche stiano costruendo un campo di libertà e di protagonismo comune da parte di tanti giovani si è accompagnato alle note degli strumenti tradizionali, accompagnati dai testi rielaborati dai giovani iracheni, che sono riecheggiate tra le mura delle nelle aule universitarie.

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Liceo Musicale Marchesi

La delegazione irachena ha anche incontrato numerosi studenti delle scuole superiori padovane.
Al Liceo Musicale Marchesi l'incontro si è ben presto trasformato in un vero e proprio Laboratorio sulle sonorità e gli strumenti musicali arabi che ha coinvolto studenti e docenti.
Al Liceo Maria Ausiliatrice l'incontro con tutti gli studenti, che nei mesi scorsi avevano dato vita ad una manifestazione fino in Comune contro la guerra in Siria, e una breve esibizione musicale ha permesso ai ragazzi di conoscere la realtà quotidiana dei giovani in Iraq.

Gli incontri nell'Università e nelle scuole sono stati l'occasione semplice e diretta di scambio tra giovani, che al di là di vivere in Italia o in Iraq, condividono sogni e speranze, preoccupazioni e desideri.

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Peace and spice - Padova

L'informalità e la convivialità hanno caratterizzato sia l'incontro avvenuto presso la sede dell'Associazione in Via Barbarigo che l'esibizione dei giovani musicisti iracheni presso il Ristorante Peace and Spice. Una modalità meno formale ma altrettanto efficace per far conoscere la realtà irachena.

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Incontro presso Ya Basta

L'iniziativa Walking Sounds è stata finanziata dal Comune di Padova – Assessorato alla Cooperazione Internazionale. L'assessora Francesca Benciolini che ha potuto partecipare all'incontro in Via Barbarigo e al Liceo Maria Ausiliatrice ha avuto modo di confrontarsi direttamente con la delegazione irachena e di ribadire l'impegno di Padova all'interno della Rete dei Municipi Senza Frontiere dell'Anci, che sta portando avanti un progetto di sostegno ai Municipi del Kurdistan Iracheno e del Nord est della Siria, proprio scambiando competenze e buone pratiche di amministrazione.
Un percorso quanto mai importante per appoggiare chi anche da un punto di vista istituzionale sta cercando di creare un futuro di diritti per l'intera zona.

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Concerto Teatro San Clemente

Il partecipato concerto presso il Teatro San Clemente con la partecipazione dei musicisti del Trio New Landscape ovvero Luca Chiavinato, Silvia Rinaldi e Francesco Ganassin insieme a Sergio Marchesini, Dario Bano e Aisha Ruggieri ed altri artisti è stato un forte momento in cui la creatività artistica di chi era sul palco ha saputo coinvolgere il pubblico in qualcosa più di una semplice esibizione.

La generosità artistica di tutti i musicisti sul palco
, che sono stati quelli che hanno permesso la realizzazione del CD “Walking Sounds - Tracks From Iraqi Kurdistan to Italy”, indica una strada: provare a sentirsi connessi con l'altro, il diverso da te.

Di fronte alle complesse contraddizioni del presente nessuno di noi può bastare da solo e nessuno può pensare da solo ad un futuro positivo.

La permanenza di Saman, Niwar e Zhalian è stata breve, ma ha lasciato tracce e percorsi da esplorare per rafforzare il ponte che ci lega ad una parte così lontana, ma così vicina a noi.

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Mostra Mesaha Comics - Storie a fumetti dall'Iraq

Durante i vari eventi è stata esposta la Mostra "Mesaha Comics - Storie a fumetti dall'Iraq" curata da Oblò-APS che propone tavole realizzate da giovani fumettisti iracheni che hanno partecipato ad un workshop presso la Tobacco Factory a Sulaymaniha con la presenza di Claudio Calia, fumettista padovano, che ha realizzato numerosi Laboratori di fumetti nel Kurdistan Iracheno. .. anche la strada del linguaggio del fumetto sta aprendo nuove piste per intrecciare sempre più relazioni tra le diverse sponde del Mediterraneo.

Iniziative con il contributo del Comune di Padova - Assessorato alla Cooperazione Internazionale

Partner: Un ponte per ... - Oblò APS - Xena Centro scambi e dinamiche interculturali - Il Barrito

L'iniziativa all'interno del Tavolo delle associazioni di cooperazione internazionale del Comune di Padova

Obiettivi globali per lo sviluppo sostenibili 2015/2030: 10 Riduzione delle disuguaglianze tra i Paesi e 16 Promuovere società pacifiche e inclusive per lo sviluppo sostenibile, garantire a tutti l'accesso alla giustizia, realizzare istituzioni effettive, responsabili e inclusive a tutti i livelli.

Disegnare il futuro

Desideri e modi di comunicare viaggiano attraverso i social media, rendendo i giovani quanto mai vicini, al di là dei differenti contesti di vita. In questo flusso planetario le immagini hanno un ruolo centrale, dentro cui il fumetto si è sviluppato, passando da un linguaggio ritenuto adatto solo ai bambini ad essere sempre più diffuso ed utilizzato in particolare dai giovani.

Il Progetto Disegnare il futuro prevede uno Scambio a Rabat in Marocco tra dodici giovani italiani, marocchini e migranti subsahariani, attraverso un Laboratorio sul linguaggio del fumetto, con la presenza di esperti e animatori internazionali, per realizzare illustrazioni, dedicate al tema delle frontiere, da esporre con Mostre e far circolare on line come ebook.

Un percorso formativo socio-culturale in cui i giovani acquisiranno le competenze di base per evolvere un'attitudine creativa in un'attività utile alla comunicazione sociale su un tema quanto mai attuale come le migrazioni, andando oltre il comportamento spesso individuale con cui le nuove generazioni agiscono on line.

La scelta del Marocco è nata dal confronto con CEFA, con cui l'Associazione Ya Basta collabora nell'area MENA.

Nel lavoro sul campo di CEFA e dell'Associazione Chantiers et Culture si sono potute verificare le molte contraddizioni che vive il Marocco, da sempre terra di migrazioni, con l'arrivo di migranti in transito dall'Africa Subsahariana che finiscono poi, per scelta o mancanza di alternative, con lo stabilirsi nel paese.
Una sorta di situazione simbolica e paradigmatica.

Far interagire ragazzi di paesi diversi, ma tutti luoghi di partenza, arrivo e transito, permette un'ampia riflessione sulla complessità del tema delle migrazioni, oltre i luoghi comuni.

Nel Laboratorio i partecipanti apprenderanno le tecniche di base per la realizzazione e circolazione di tavole a fumetti a sfondo sociale.

Le illustrazioni realizzate dai dodici partecipanti verranno pubblicate in un ebook disponiile on line ed raccolte in una Mostra che verrà esposta in Italia e Marocco.

Condividere un'attività sia creativa che di formazione permetterà ai giovani la conoscenza reciproca, rafforzando rispetto, tolleranza e solidarietà.

Disegnare il futuro è coordinato da Associazione Ya Basta insieme ai Partner CEFA e Association Chantiers et Cultures con il finanziamento del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, Direzione Generale per la Promozione del Sistema Paese.

DECLARATION DE LA 2e ASSEMBLEE NATIONALE DU CNI

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DÉCLARATION DE LA SECONDE ASSEMBLÉE NATIONALE DU CONGRÈS NATIONAL INDIGÈNE - CONSEIL INDIGÈNE DE GOUVERNEMENT

Aux Réseaux de soutien au Conseil Indigène de Gouvernement

A la Sexta nationale et internationale

Aux peuples du Mexique et du monde

Soeurs, frères :

Depuis la Seconde assemblée plénière du Congrès National Indigène et du du Conseil Indigène de Gouvernement, qui s'est déroulée du 11 au 14 octobre au CIDECI-UNITIERRA à San Cristobal de las Casas, Chiapas, nous nous adressons avec respect aux compañeras et compañeros qui font partie des Réseaux de soutien au CIG, ainsi qu'aux peuples de ce pays et du monde pour nous voir, nous consulter et franchir de nouvelles étapes dans la construction de ce nouveau monde qu'il nous faut.

Nous le disons avec urgence, parce que nous qui sommes peuples originaires, au travers de notre lutte contre la grave maladie causée par le capitalisme, nous tissons la vie, car c'est le devoir que nous avons reçu de nos ancêtres. Celui-ci consiste, pour nous, à construire la vie et la faire croître dans chaque recoin avec espoir, un espoir qui parie sur la mémoire et sur les temps à venir. Nous tissons en collectif en tant que peuples, et au fil de ce travail, nous nous tissons aussi en tant que personnes.

Nous sommes des réseaux au sein de nos localités, où nous cherchons en collectif à n'avoir qu'une seule parole qui soit le reflet de notre terre-mère, de sa vie et du battement de son coeur. Nous sommes des réseaux de réseaux au sein de nos communautés et des régions qui constituent des collectifs de collectifs, là où nous ne rencontrons qu'une seule autre parole, parole qu'entre les nôtres nous écoutons avec attention, parce qu'elle continue à être ce que librement, nous décidons d'être. Cela, c'est notre lutte permanente, et c'est pour cela que cette parole, nous la respectons et nous l'honorons en faisant de celle-ci notre gouvernement, non pas seulement maintenant mais pour toujours, parce que de nos différences, surgit l'accord collectif. C'est-à-dire que de notre être différents nous surgissons comme un seul, comme les peuples que nous sommes, et c'est pour cela aussi que nous honorons nos différences.

Ainsi, lorsque par accord du Cinquième congrès national indigène nous avons décidé de former un Conseil Indigène de Gouvernement, cela ne s'est pas fait en tremblant, ni avec la prétention que tous soient comme nous, ni avec la volonté de dire à qui que ce soit ce qu'il doit faire, mais afin de dire au monde que c'est un mensonge que le gouvernement doive exister afin de détruire, mais qu'au contraire, il doit exister afin de construire. Que c'est un mensonge que le gouvernement doive exister afin de se servir, mais qu'au contraire, il doit exister afin de servir. Il doit être le miroir de ce que nous sommes lorsque nous rêvons de décider de notre destin, et non pas le mensonge qui nous supplante pour dire en notre nom qu'il veut voir tout mourir autour de lui.

Ce que nous tissons, nous l'appelons organisation, et c'est le territoire que nous défendons, la langue que nous parlons et que nous refusons de perdre, l'identité que nous n'oublions pas et que nous faisons croître avec la lutte. Mais il se trouve que c'est aussi cela que les possesseurs de l'argent ont besoin, pour le détruire et le convertir en encore plus d'argent, pour le transformer en marchandises, par le biais de l'exploitation, de la pauvreté, de la maladie et de la mort de nombreuses autres millions de personnes qui ne sont pas de nos peuples, et qui vivent dans les villes et à la campagne. C'est-à-dire que ce n'est pas vrai non plus que la mort, la répression, la spoliation et le mépris ne nous concerne que nous, les peuples originaires.

C'est pour cela qu'exercer l'autonomie au travers de nos formes ancestrales d'avancer en nous questionnant, est l'unique porte afin de pouvoir continuer à faire de la vie notre chemin sans rémission, vu qu'au-dehors, tout s'est mis en place pour assurer la terreur et le profit des puissants. Dans ce contexte, il n'y a aucune possibilité de stopper, ou ne serait-ce que de freiner l'accumulation capitaliste basée sur notre extermination, même si leurs lois viciées reconnaissent notre libre détermination. Cela ne sera possible qu'une fois démantelée la finca, la grande propriété, l'usine, le camp de concentration ou le cimetière en quoi ils ont transformé notre pays et notre monde.

Le Conseil Indigène de Gouvernement est la manière d'honorer nos différences, afin d'y rencontrer la parole dans laquelle nous nous reflétons, et qu'elle soit un véritable gouvernement. L'autre, ce qu'en-haut ils appellent l'Etat mexicain, n'est rien d'autre qu'un mensonge fait pour imposer, réprimer et occulter la mort qui nous déborde déjà, rendant la tromperie évidente. C'est-à-dire : ce n'est rien de plus qu'une bande de voleurs qui font semblant d'être institution de droite ou de gauche. Dans un cas comme dans l'autre, ils portent la guerre en eux, et ils ont beau la maquiller, celle-ci aussi les déborde, parce que le patron, c'est le patron.

Mais en bas, nous ne pouvons rien faire d'autre que de défendre la vie, avec ou sans les mensonges du gouvernement sortant et du gouvernement sur le point d'entrer en fonction, parce que les belles paroles sont inutiles, lorsque sont menacés les peuples Binniza, Chontal, Ikoots, Mixe, Zoque, Nahua et Popoluca de l'isthme deTehuantepec par leurs projets transisthmiques et l'expansion des Zones Economiques Spéciales, ainsi que les peuples Mayas, avec leur projet de train capitaliste qui spolie et détruit la terre à son passage. Les belles paroles sont inutiles, face à l'annonce de la plantation d'un million d'hectares d''exploitation arboricole et forestière dans le sud du pays, face à l'illégale et vicieuse consultation pour la construction du Nouvel aéroport de la ville de Mexico, ou face à l'offre faite afin que continuent à investir les entreprises minières qui ont obtenu la concession de grandes extensions des territoires indigènes. Les belles paroles sont inutiles, lorsque sans consulter nos peuples, le futur gouvernement impose la création, suivant le style du vieil indignénisme, de l'Institut National des Peuples Indigènes, dirigé par les déserteurs de notre longue lutte de résistance.

Les belles paroles sont inutiles, lorsque nous voyons le cynisme avec lequel sont cédés les peuples du Mexique aux intérêts des Etats-Unis par le biais du Traité de Libre Commerce. Le même traité que promet de ratifier le futur gouvernement de López Obrador, qui durant l'un de ses premiers discours n'a pas hésité à ratifier la continuité de la politique monétaire et fiscale actuelle. C'est-à-dire la continuité de la politique néo-libérale, qui sera garantie à travers l'annonce du fait que les corporations militaires resteront présentes dans les rues, et avec la prétention de recruter pour cela cinquante mille jeunes pour intégrer les files armées qui ont servi à réprimer, spolier et semer la terreur dans toute la nation.

Nous avons été trahis, lorsque nos exigences étaient d'arrêter cette guerre et que les droits des peuples indigènes soient reconnus dans la constitution mexicaine au travers de leur traduction par le biais des Accords de San Andrés, parce que le patron que nous ne voyons pas, et qui est celui à qui obéissent ceux qui disent gouverner, a ordonné que soient jetées par-dessus nous de nombreuses lois rendant légal le fait de nous voler la terre par la violence, ainsi que des programmes pour nous diviser et faire que nous nous battions entre nous, et semer le mépris et le racisme dans toutes les directions. Les belles paroles sont donc inutiles, lorsqu'avec cynisme, ils parlent de reconnaître les Accords de San Andrés ou notre libre détermination au sein de leurs lois pourries jusqu'à la moelle, sans même toucher à l'engrenage capitaliste assassin que représente l'Etat mexicain.

Si étaient approuvés les Accords de San Andrés dans le contexte actuel, avec encore en vigueur les réformes successives de l'article 27 de la constitution, qui ont transformé la terre en marchandise et qui ont mis les richesses du sous-sol à disposition des grandes entreprises ; sans en finir avec les régimes de concession des eaux, des activités minières, des biens nationaux et des hydrocarbures ; sans imposer de limites au pouvoir impérial, en dérogeant au Traité actuel de Libre Commerce et en limitant sérieusement les grandes corporations multinationales ; sans détruire le contrôle exercé par les grands cartels criminels soutenus par les corporations militaires sur nos territoires ; ce serait, pour nous, vivre dans le meilleur des cas une grossière illusion, nous occultant l'attaque exercée par l'argent contre nos peuples.

Nous, au sein du Congrès National Indigène - Conseil Indigène de Gouvernement, nous n'avons aucun doute, et nous ne serons partie prenante d'aucune transformation exponentielle du capitalisme qui, au travers de leurs pratiques pleines de vices, porte son regard sur nos territoires. Nous ne serons pas partie prenante de leur mensonge, avide de notre sang et de notre extermination.

C'est la raison pour laquelle nous passons l'accord de continuer à construire l'organisation qui se transforme en son propre gouvernement, autonome et rebelle, avec des compañeras et des compañeros d'autres géographies, afin de rompre de manière collective l'inertie qu'ils nous imposent, pour distinguer entre tous d'où vient la tempête, et au milieu d'elle ne pas cesser de tisser, jusqu'à ce que notre tissu se joigne avec les autres qui surgissent de tous les recoins du Mexique et du monde afin qu'ils se fassent conseils et qu'ensemble, nous soyons conseil de gouvernement avec les réseaux de soutien au CIG. Qu'ils se dédoublent avec leurs propres formes et leur propre identité, à la campagne et à la ville, sans se soucier des frontières.

Nous prenons l'accord de consulter nos communautés, peuples, nations, tribus et quartiers sur les formes et les manières de construire aux côtés des réseaux de réseaux, qu'ils soient petits ou grands, une coordination à même de nous enrichir par le soutien et la solidarité, qui fasse de nos différences notre force en réseaux de résistance et de rébellion, par la parole qui nous rassemble en un seul, de manière respectueuse et horizontale.

Et comme c'est de fait notre manière de procéder, chaque étape dépend de ce qu'à la base même nous accordons, raison pour laquelle nous ferons connaître ces résolutions dans nos régions d'origine afin que soit obtenu un consensus, et que la parole collective qui nous fait être ce que nous sommes nous marque le rythme, la manière et la direction.

Nos pas dépendront également de ce qu'en collectif décideront à la base même les autres hommes et femmes, instituteurs, étudiants, femmes, travailleurs de la campagne et de la ville. De tous ceux qui, au milieu de la guerre capitaliste, ont aussi décidé de tisser l'organisation qui mette un terme à la mort et la destruction dans laquelle les capitalistes ne voient qu'une source de profits. Si c'est leur décision, depuis en-bas et de manière autonome, nous les appelons à réaliser avec sérieux et engagement une consultation à l'intérieur de leurs organisations et de leurs collectifs, pour décider s'il est pour vous nécessaire ou non de former votre Conseil de Gouvernement.

Si c'est votre décision, suite à notre appel à faire trembler les entrailles de la terre par l'organisation d'en-bas à gauche, vous pourrez alors toujours compter sur notre parole compañera, désinteressée et solidaire. Compañer@s, ce ne seront pas des étapes faciles, ni rapides, mais nous sommes convaincus que de profondes brèches naîtront afin de démanteler le pouvoir d'en-haut.

Au moment approprié, et en accord avec [le résultat de la] consultation que nous réalisons au sein de nos communautés, le CNI - CIG discutera de l'incorporation à quelque chose de plus grand, qui soit capable d'incorporer nos luttes, réflexions et identités. Quelque chose de plus grand qui se renforce des visions, manières, formes et rythmes de chacun.

Soeurs, frères, cela constitue notre parole collective, qui continue à appeler à l'organisation d'en-bas afin de défendre la vie, et nous soigner aux côtés de notre mère la terre.

Depuis le CIDECI-UNITIERRA, San Cristóbal de las Casas, Chiapas

14 octobre 2018

Pour la reconstitution de nos peuples
Jamais plus un Mexique sans nous

Congrès National Indigène
Armée Zapatiste de Libération Nationale

CNI : Convocation à une campagne nationale et internationale pour la liberté des prisonniers de Tlanixco et de la tribu Yaqui

Convocation à une campagne nationale et internationale pour la liberté des prisonniers de Tlanixco et de la tribu Yaqui

Au peuple du Mexique et du monde

Aux médias

Aux réseaux de soutien au CIG

A la Sexta nationale et internationale

Suite à l'accord pris durant le seconde assemblée nationale du Congrès National Indigène et du Conseil Indigène de Gouvernement. Nous faisons entendre la voix des peuples indigènes qui nous sommes réunis au CIDECI-UNITIERRA, à San Cristóbal de las Casas, Chiapas afin d'exiger justice pour la communauté indigène Nahua de San Pedro Tlanixco, municipalité de Tenango del Valle, État de México et de la communauté de Loma de Bácum, de la tribu Yaqui, dans l'État de Sonora.

Nos frères et sœur de la communauté nahua de San Pedro Tlanixco, Tenango del Valle, Etat de México se trouvent séquestrés en ce moment par le mauvais gouvernement, qui cherche uniquement à faire taire ceux qui défendent leur territoire et à les incarcérer pour leur conviction que la lutte se donne pour la vie, pour l'eau, en les condamnant à 50 ans d'emprisonnement injuste.

De la même manière, le mauvais gouvernement maintient séquestré le compañero Fidencio Aldama Pérez de la communauté de Loma de Bácum, de la tribu Yaqui dans l'État de Sonora pour défendre le territoire de leur communauté face à l'agression d'un groupe violent contre l 'espace traditionnel de la tribu yaqui afin d'y imposer la construction d'un gazoduc.

Aujourd'hui, nous appelons le peuple du Mexique et du monde, les réseaux de soutien au CIG, la Sexta nationale et internationale et les médias solidaires à lancer une campagne nationale et internationale unitaire pour la liberté de Dominga González Martínez, Pedro Sánchez Berriozábal, Rómulo Arias Míreles, Teófilo Pérez González, Lorenzo Sánchez Berriozábal et Marco Antonio Pérez González de la communauté de San Pedro Tlanixco, et du compañero Fidencio Aldama Pérez de la communauté de Loma de Bácum.

Il ne se passera pas un moment sans que nous n'exigions ce qui est juste, parce que la vie d'une communauté est aussi la vie de l'eau, ainsi que de chacun des compañeros et de notre compañera qqui se trouvent privés de leur liberté.

Cordialement

14 octobre 2018

Pour la reconstitution intégrale de nos peuples

Jamais plus un Mexique sans nous

Congrès National Indigène

Conseil Indigène de Gouvernement

Plus d'informations ici au sujet de la communauté de Tlanixco et de la lutte pour la libération des prisonniers politiques de ce village nahua, ayant lutté contre la spoliation de leurs sources d'eau au bénéfice des grandes multinationales de la floriculture de l'Etat de Mexico.

Plus d'informations là au sujet de la tribu yaqui et de l'incarcération de Fidencio Aldama Pérez, condamné en mai 2018 à une peine de plus de 15 ans de prison suite aux affrontements survenus à Loma de Bácum le 21 octobre 2016, afin d'imposer la construction d'un gazoduc passant par le territoire de la communauté.

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