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Tunisia: l'emblematica vicenda dei rifugiati di Chou­cha deportati al confine algerino

Per raccontare la Tunisia di oggi, stretta tra autoritarismo ed integralismi, non si può far a meno di inserire un altro pezzo nel puzzle. La Tunisia è terra di emigrazione ma oggi è anche luogo in cui arrivano, sospinti da conflitti, diseguaglianze economiche e devastazioni ambientali, migliaia di uomini e donne.
La vicenda che ci narrano gli articoli di Martina Tazzioli e Sana Sbouai ci fanno capire quel che succede nel Paese dei gelsomini e ci portano ad ampliare lo sguardo per comprendere i drammi e le ipocrisie ufficiali che stritolano le vite di migliaia di uomini e donne.

In Tunisia rifugiati tra carcere e deportazione
di Martina Tazzioli

Ore cin­que del mat­tino, 1 set­tem­bre, Tunisi. A dare la noti­zia al tele­fono è uno dei rifu­giati del campo di Chou­cha, al con­fine con la Libia: «Ci stanno por­tando al con­fine con l'Algeria, ci mol­le­rano nel deserto, siamo…». Poi la chia­mata si inter­rompe, uno dei poli­ziotti, pro­ba­bil­mente strappa di mano il tele­fono a O.; da quel momento per tutta la mat­tina si per­dono le tracce dei dieci ragazzi, nige­riani e suda­nesi, da una set­ti­mana dete­nuti nella pri­gione di War­dia a Tunisi per aver pro­te­stato di fronte alla dele­ga­zione dell'Unione euro­pea chie­dendo di essere tra­sfe­riti in Europa, e che i fun­zio­nari UE hanno lasciato arre­stare dalla poli­zia tuni­sina. Poi un sms dopo qual­che ora: «La poli­zia ci ha lasciato alla fron­tiera alge­rina, vicino Kasserine».

Men­tre l'Unione euro­pea si appre­sta a pas­sare alla fase due della mis­sione mili­tare Euna­v­for e firma accordi bila­te­rali con i paesi afri­cani per bloc­care le par­tenze dalla Libia, la Tuni­sia, una pre-frontiera d'Europa par­ti­co­lar­mente cru­ciale in que­sto momento vista la pros­si­mità geo­gra­fica con la Libia, arre­sta e deporta verso l'Algeria rifu­giati e richie­denti asilo. La costru­zione delle pre-frontiere euro­pee comin­cia anche lasciando che i cosid­detti «paesi terzi» «gesti­scano» a loro modo migranti e rifu­giati, non importa se bloc­can­doli nel deserto di Chou­cha per quat­tro anni o depor­tan­doli nel deserto algerino.

Que­sto è quanto accade in Tuni­sia, Paese che pur avendo fir­mato la Con­ven­zione di Gine­vra a oggi non ha ancora una legge sull'asilo; e que­sto fa sì che anche coloro che hanno otte­nuto la pro­te­zione inter­na­zio­nale dall'Alto Com­mis­sa­riato per i Rifu­giati pos­sano essere arre­stati e dete­nuti, rischiando di essere poi depor­tati nel deserto alge­rino. Rifu­giati ille­ga­liz­zati dalle auto­rità tuni­sine per i quali sono sem­pli­ce­mente migranti irre­go­lari sul ter­ri­to­rio. O richie­denti asilo che, come le dieci per­sone depor­tate ieri mat­tina nel deserto alge­rino, erano stati ille­ga­liz­zati (la non con­ces­sione del diritto d'asilo li ha tra­sfor­mati in migranti irre­go­lari sul ter­ri­to­rio tuni­sino) nel 2012 dall'Unhcr, che come a molti altri in fuga dalla Libia e arri­vati al campo di Chou­cha, sono stati dinie­gati della pro­te­zione internazionale.

L'Unione europea ormai verso l'esternalizzazione della crisi a «paesi terzi»

Se da un lato la Tuni­sia ha finora sem­pre resi­stito alla pres­sione dell'Ue rivolta a costruire campi e strut­ture deten­tive finan­ziati dall'Europa, dall'altro la «gestione» dei migranti pro­ve­nienti dalla Libia rea­lizza in parte quello che i paesi euro­pei si aspet­tano, ovvero fare in modo che que­sti, in un modo o nell'altro, non arri­vino sull'altra sponda del Medi­ter­ra­neo. La pri­gione di War­dia, situata in quar­tiere peri­fe­rico di Tunisi con lo stesso nome, è uno dei luo­ghi, inac­ces­si­bile alla mag­gior parte degli avvo­cati, che il governo tuni­sino uti­lizza per far spa­rire i richie­denti asilo dal ter­ri­to­rio. A War­dia però sia l'Alto Com­mis­sa­riato per i rifu­giati che l'Organizzazione Inter­na­zio­nale per le Migra­zioni (Oim) pos­sono acce­dere, ma non risulta che le due orga­niz­za­zioni abbiano ripor­tato cosa accade all'interno, e soprat­tutto non ven­gono seguite le tracce di chi da War­dia improv­vi­sa­mente scom­pare. Una volta arre­stati e por­tati a War­dia, i rifu­giati ven­gono minac­ciati dalla Garde Natio­nale tuni­sina di essere depor­tati in Alge­ria nel caso in cui ad acqui­stare con i pro­pri mezzi eco­no­mici un biglietto aereo per fare ritorno nel pro­prio Paese di origine.

Tra loro vi sono anche fami­glie di siriani, a cui la Tuni­sia non ha con­cesso un per­messo di sog­giorno né una pro­te­zione uma­ni­ta­ria. A War­dia fini­scono anche coloro che arri­vano dal mare: di fatti, in que­sto momento con l'inasprimento dei con­trolli alla fron­tiera libica e la costru­zione in corso del muro pia­ni­fi­cata dal governo tuni­sino, in Tuni­sia arriva solo chi viene soc­corso dalla Guar­dia Costiera tuni­sina nel ten­ta­tivo di arri­vare in Europa dalla Libia. «Sulla nostra imbar­ca­zione, par­tita dalla città di Zwhara, era­vamo 97 eri­trei, e molti come me ave­vano già otte­nuto l'asilo poli­tico. Al largo della Tuni­sia siamo stati sal­vati dalle auto­rità tuni­sine», rac­conta R., rifu­giato eri­treo «ma poi giunti nel porto di Zar­zis 60 di noi sono stati por­tati a War­dia, dove siamo rima­sti un mese». Senza alcuna giu­ri­sdi­zione che ne rego­la­menti il fun­zio­na­mento, War­dia resta un luogo rispetto a cui non è pos­si­bile avere numeri su chi entra e chi esce. E alla totale opa­cità di que­sta pri­gione va ad aggiun­gersi anche l'invisibilità di altri cen­tri deten­tivi per migranti, il cui numero sem­bra oscil­lare tra dieci e tre­dici, sparsi nel Paese. Cen­tri di cui ha dato nota il dos­sier redatto nel 2013 dall'Alto com­mis­sa­rio per i Diritti Umani dell'Onu Fra­nçois Cre­peau e di cui par­lano molti migranti in Tunisia.

Dal 2011 lo spazio-frontiera tuni­sino è diven­tato paese di tran­sito ma anche, sem­pre piú, paese di «immi­gra­zione invo­lon­ta­ria»: in effetti, molte delle per­sone in fuga dalla Libia restano intrap­po­late in Tuni­sia in un limbo giu­ri­dico che impe­di­sce loro di pro­ce­dere in qua­lun­que dire­zione. Con le molte domande di asilo dinie­gate dall'Unhcr, che tra­sforma dun­que richie­denti asilo in migranti irre­go­lari sul ter­ri­to­rio tuni­sino, e a fronte dell'impossibilità per chi ottiene la pro­te­zione di essere rego­la­riz­zato dalle auto­rità tuni­sine, per molte e molti migranti arri­vati in Tuni­sia, i muri della pri­gione di War­dia non sono gli unici: il rifiuto dei paesi euro­pei di garan­tire il reset­tle­ment ai pochi rima­sti al campo di Chou­cha, l'assenza di una legge sull'asilo e la tassa di 80 euro men­sili per ogni mese tra­scorso da irre­go­lare da pagare per rien­trare nel pro­prio Paese di ori­gine sono solo alcuni degli osta­coli che bloc­cano i rifu­giati in Tunisia.

E il governo tuni­sino cerca d'altro canto di risol­vere il pro­blema delle pre­senze non volute disper­dendo i migranti sul ter­ri­to­rio ed effet­tuando depor­ta­zioni nel deserto alge­rino, sem­pre piú fre­quenti nell'ultimo anno, senza che peral­tro vi sia un accordo tra i due Paesi.

Con l'invisibilizzazione poli­tica dello spazio-frontiera tuni­sino, cer­ta­mente defi­lato rispetto ai riflet­tori pun­tati in que­sto momento sulla sponda nord e sui numeri di som­mersi e sal­vati nel mare Medi­ter­ra­neo che scan­di­scono i pic­chi di atten­zione media­tica, diventa dif­fi­cile par­lare dei «pic­coli numeri» che attual­mente carat­te­riz­zano il con­te­sto migra­to­rio della Tuni­sia. Non solo, guar­dando alle pri­gioni segrete tuni­sine esclu­si­va­mente attra­verso il metro del rispetto dei diritti umani si rischie­rebbe di cor­ro­bo­rare la nar­ra­zione dell'Unione euro­pea, pronta a fir­mare accordi con dit­ta­ture afri­cane come quella eri­trea e insieme a con­dan­nare l'inottemperanza dei paesi terzi nei con­fronti degli stan­dard inter­na­zio­nali uma­ni­tari. Tanto piú che in que­sto momento gli stati euro­pei stanno dando prova di met­tere in atto ovun­que vere e pro­prie cacce ai migranti.

Il dos­sier pub­bli­cato dal sito Sto­rie­mi­granti, Rifu­giati in Tuni­sia: tra deten­zione depor­ta­zione, frutto di un lavoro di ricerca pos­si­bile attra­verso le testi­mo­nianze rac­colte in diretta tele­fo­nica con rifu­giati dete­nuti a War­dia. E que­sto dos­sier guarda alla Tuni­sia per mostrare e con­te­stare gli effetti delle poli­ti­che di ester­na­liz­za­zione dell'Unione euro­pea che, diret­ta­mente strin­gendo accordi con i paesi terzi, o indi­ret­ta­mente lasciando che siano que­sti a gestire a loro modo il «pro­blema», cerca di mol­ti­pli­care le pro­prie pre-frontiere.

Tratto da Il Manifesto 2 settembre 2015

Sullo stesso tema vedi il contributo del 1 agosto di Martina Tazzioli in Tutmonda


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Camp de réfugiés de Choucha, à la frontière entre la Tunisie et la Libye. Avril 2011. Crédit image : Guerric Per gentile concessione del sito Inkyfada.com

Tunisia: espulsione di migranti alla frontiera algerina
Sana Sbouai

Detenuti al Cento di accoglienza e orientamento di Ouardhya per 9 giorni, un gruppo di migranti si ritrova espulso e abbandonato alla frontiera algerina dalle autorità tunisine

Ci hanno portato alla frontiera algerina. Ci hanno portato di forza verso l'Algeria."

Bright Samson, che è scappato dalla guerra in Libia nel 2011 e che da quel momento vive nel campo di Choucha, chiama alle 11h di mattina e conferma che con altri 12 migranti, tutti detenuti al centro di accoglienza e orientamento di Ouardhya, si trovano in strada verso la frontiera algerina per l'espulsione. Al momento della chiamata, Bright sostiene che si trovino in una foresta, nel governatorato di Kasserine, vicino Feriana.

Per ascoltare la telefonata di Bright: https://inkyfada.com/2015/09/expulse-frontiere-migrant-algerie-ouardiya-tunisie/

Pronto?
Sì, qualcuno ha provato a chiamato a chiamarmi da questo numero.
Bright?
Si.
Sono Sanaa.
Ci hanno portato alla frontiera algerina. Ci hanno portato di forza verso l'Algeria.
Dove sei?
Alla frontiera algerina.
Sei alla frontiera algerina? In quale città?
Non lo so.
Ti richiamo.

Qualche ora prima, alle 6.30, ha avvertito Martina Tazzioli, ricercatrice italiana presente a Tunisi, informando che dalle 5.30 h del mattino, lui e altri 12 migranti sarebbero stati caricati a bordo di due furgoni della polizia, in cammino verso una destinazione sconosciuta e che non riconoscono la solita strada che conduce a Choucha.

Detenuti da fine agosto

Bright Samson era detenuto al centro di accoglienza e orientamento di Ouardhya dal 24 agosto. Era arrivato in Tunisia nel 2011, dopo essere scappato dalla guerra in Libia. “Diniegato” dallo statuto di rifugiato, si è ritrovato in Tunisia senza riconoscimento legale, come numerosi altri migranti in fuga dallo stesso conflitto e abbandonati alle loro sorti in una terra di nessuno: l'UNHCR ha dichiarato chiuso il campo nel giugno del 2013 e le autorità tunisine non hanno mai rilasciato i permessi di soggiorno che avevano promesso.

Lunedì 24 agosto 10 migranti si sono riuniti davanti la sede dell'Unione Europea a Tunisi. Rivendicano di essere reinstallati in Europa. “La polizia ci ha detto di venire al commissariato di polizia perché qualcuno dell'UE avrebbe voluto parlarci. Non appena arrivati, ci hanno arrestati” testimonia Bright.

I 10 manifestanti sono stati condotti al Centro di accoglienza e orientamento di Ouardhya. Li abbiamo contattati durante la detenzione e confermano di non aver potuto beneficiare dell'assistenza giuridica.
Nessun contatto con il loro avvocato

“Tunisie Terre d'Asile”, organizzazione di assistenza agli stranieri in Tunisia e specializzata nell'offrire un accompagnamento giuridico ai migranti detenuti, spesso in applicazione di una decisione di espulsione, tenta di inviare un avvocato per rappresentare il gruppo.

Citiamo:
“Le persone ci hanno contattato da Wardhya e con il loro accordo abbiamo mobilitato una avvocatessa per avere maggiori informazioni sulla procedura, sulle ragioni della detenzione e per verificare l'esistenza di una decisione di stato di arresto e una procedura di espulsione in corso”, spiega Anais El Bassil, responsabile della sezione tunisina.

L'avvocatessa Samia Djellassi, non riuscirà ad avere accesso ai documenti e si vedrà rifiutare il diritto di accesso al centro. Avrà conferma dal commissariato dell'arresto dei migranti per la situazione irregolare sul territorio, ma non potrà garantire loro l'assistenza. “Esiste una convenzione con il Ministero della Giustizia, gli avvocati possono visitare carceri e commissariati. Ma nessun accordo per i centri di detenzione, che dipendono dal Ministero degli Interni. Ho cercato di visitare i migranti come membro del team nazionale dei monitori dei luoghi di detenzione, ma non ho avuto risposte”, testimonia Semia Djelassi.

Dopo la detenzione, l'espulsione

A Ouardhya i migranti temono di essere riportati a Choucha, nonostante il campo si trovi in zona militare, considerata pericolosa perché frontaliera con la Libia o di essere espulsi alla frontiera algerina.

E' quello che è successo alla fine martedì 01 settembre, 9 dei 10 manifestanti e 4 altri migranti detenuti a Ouardhya sono stati espulsi alla frontiera.

Poco tempo dopo lo scambio telefonico di stamattina, il gruppo di migranti è stato obbligato ad attraversare la frontiera algerina:

Le forze dell'ordine tunisine ci hanno picchiato con dei bastoni e ci hanno minacciato: ‘se tornate indietro vi spariamo”. E' incredibile! Perché questo trattamento? Perché tanta violenza?” Chiede Bright.

Spiega che quindi sono passati dal lato algerino e che si sono ritrovati vicino ad un posto di frontiera dove hanno richiesto alle forze dell'ordine algerine in loco la loro localizzazione: posto di frontiera di Bouchebka, al limite del governatorato di Kasserine.
Il gruppo di nove di Chouha decide di rimanere vicino al posto di frontiera, dopo aver spiegato la loro situazione alle forze dell'ordine algerine:

Noi vogliamo che le autorità tunisine prendano le loro responsabilità.

Il gruppo composto dagli altri quattro migranti decide invece di restare sul territorio algerino.
Le autorità tunisine silenziose
Interrogato qualche giorno fa sulle possibili espulsioni alle frontiere algerine o libiche, il portavoce del Ministero dell'Interno, Walid Lougini, si accontenta di abbozzare una smorfia incredula.

Alla caserma della guardia nazionale di Al Aouina, il portaparola, colonnello Tarek Amraoui prende più seriamente la questione, ma si stupisce allo stesso modo della possibilità di espulsioni di migranti alle frontiere. Risponde che l'unico a potersi esprimere sulla questione è il direttore del centro diOuardhya, al momento in “missione di lavoro”. Rimanda quindi verso la Direzione della sicurezza pubblica che tenta di contattare a più riprese ma senza successo.

Se la possibilità delle espulsioni alle frontiere, in zone desertiche (del sud), pericolose o zone militari (Kasserine) desta scetticismo, le testimonianze di Bright e Othman e degli altri migranti, le varie chiamate e conversazioni lungo il tragitto oggi non lasciano più spazio a dubbi.

La Tunisie expulse des migrants à ses frontières

Queste testimonianze non sono le prime. In aprile scorso, tre ricercatrici italiane hanno pubblicato “Rifugiati in Tunisia: tra detenzione e deportazione”, un dossier preparato da Glenda Garelli, Federica Sossi, Martina Tazzioli.

Martina Tazzioli spiega: “In autunno 2014 un migrante ci ha chiamato un migrante per chiederci aiuto per un amico detenuto a Ouardhya. Abbiamo contattato questo migrante per telefono e abbiamo regolarmente discusso con lui durante la sua detenzione, oltre che con altri migranti.”

Il rapporto mette in luce le condizioni di detenzione, l'assenza di accompagnamento giuridico, la diversità della popolazione detenuta, ma soprattutto delle procedure per poter uscire dal centro: pagando il proprio biglietto aereo o rischiando un'espulsione.

Inkyfada ha tentato dal mese di aprile di avere delle risposte da parte del Ministero degli Interni su questa tematica. L'evento di oggi ci ha obbligato a pubblicare anche in mancanza di risposte chiare da parte delle autorità.

In quale quadro avvengono le espulsioni?

Se la legge tunisina parla di espulsione relativamente alla sanzione per un soggiorno o per una entrata irregolare sul territorio, perché dei migranti di nazionalità altre da algerina e libica e provenienti da paesi terzi vengono poi espulsi verso l'Algeria o la Libia?

Al Ministero degli Interni ci rimandano verso il Ministero degli Affari Esteri per verificare l'esistenza di una eventuale convenzione. Il responsabile della comunicazione è assente e nessun altro sa rispondere a questa domanda.

Sembra che i migranti autorizzati a entrare sul territorio algerino senza visto, secondo gli accordi bilaterali, vengono inviati alle frontiere. Una maniera di fargli abbandonare il territorio tunisino, nel quale si troverebbero in situazione illegale, e di farli entrare in territorio algerino, nel quale non hanno bisogno di visto.

“Nessuno vi ha detto chiaramente che i migranti sono inviati alle frontiere. E' imbarazzante dirlo. Non sono stata informata direttamente del fatto che erano stati deportati e peraltro nessuno ve lo dice, gli crea dei problemi, da un punto di vista legato ai diritti umani ammettere che fanno questo significherebbe dire: “Vogliamo sbarazzarcene”. Che possono fare i migranti se li abbandoni alle frontiere?”, s'interroga Djellassi.

Bright, Otham e gli altri si pongono la questione. Oltre ad essere stati deportati si ritrovano attualmente senza risorse, vicino ad una zona militare, dove l'esercito è presente e limita i movimenti per ragioni di sicurezza.

Tratto da www.tunisiainred.org

Articolo originale è apparso il 1 settembre 2015 :https://inkyfada.com/2015/09/expulse-frontiere-migrant-algerie-ouardiya-tunisie/ -
Traduzione dal francese a cura di Debora del Pistoia

Mexico: Des nouvelles de la C.I.P.RE- Coordination Informelle des Prisonniers en Résistance

cipre

Croix Noire Anarchiste- Mexico (CNA) : Des compagnons de la C.I.P.RE- Coordination Informelle des Prisonniers en Résistance ont été transférés à la prison Nord. Ils dénoncent avoir reçu des coups de la part des matons.

1er septembre 2015

Lors d’une conversation téléphonique, les compagnons Fernando Bárcenas et José Hernández ont informé qu’à l’aube du 1er septembre ils ont été transférés à nouveau à la prison Nord, bien qu’ils soient toujours en train de récupérer de la grève de la faim qu’ils ont réalisé durant plus de cinquante jours.

Les compagnons ont raconté que lorsqu’ils ont refusé ce transfert ils ont été frappés par les gardiens. Le compagnon José a parlé d’une douleur forte aux côtes.

De retour dans la prison Nord, ils ont été placés à nouveau dans les dortoirs où ils se trouvaient avant leur grève de la faim.

Bien que les compagnons récupèrent bien, ils sont encore faibles et leur poids est très bas, de plus ils ont besoin d’un régime spécial, c’est pourquoi leur transfert dans la prison nord représente un risque pour leur santé.

Nous sommes en attente de plus de nouvelles.

Cruz Negra Anarquista- Mexico Source

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Fernando Bárcenas Castillo est un jeune anarchiste, musicien et étudiant du Collège de Sciences Humaines, siège Vallejo – ville de Mexico. Il a 20 ans et a été arrêté le 13 décembre 2013, dans le cadre des protestations contre l’augmentation du prix des billets du métro. Il a été accusé d’avoir mis le feu à un l’arbre de Noël de l’entreprise Coca-Cola. En décembre 2014 il a été condamné à 5 ans et 9 mois de prison pour les délits d’attaques à la paix publique et association délictueuse, il a fait appel et il est dans l’attente de la décision. A l’intérieur de la prison, Fernando a élaboré plusieurs projets de diffusion et d’information tels des fanzines et le journal anti-carcéral “El Canero”. La C.I.P.RE (Coordination Informelle des Prisonniers en Résistance) a été impulsée par Luis Fernando Bárcenas Castillo : “ C’est un mouvement qui émerge des entrailles de la prison, depuis l’organisation des prisonnierxs qui aujourd’hui ont décidé de crier !!”

José Hernández est un prisonnier dit de « droit commun » faisant partie de la Coordination Informelle des Prisonniers en Résistance depuis le début.

LA C.I.P.RE c’est quoi ?

C.I.P.RE (Coordination Informelle des Prisonniers en Résistance) « est une forme et un espace d’organisation pour tous ceux et celles qui ont été brimés et torturés par la machinerie pénitentiaire, qui n’est rien d’autre que le bouclier de la structure étatique qui lui permet de se perpétuer et de se maintenir sur la base des intérêts les plus viles et mesquins ; la prison est une affaire commerciale d’État car en même temps elle terrorise et maintient la domination par le chantage, la peur et l’intimidation. Elle pratique l’exploitation des prisonnier-e-s et fabrique la « délinquance » par son biais utilisant les filtres, la subornation et la corruption pour maintenir l’environnement social sous contrôle ». [CIPRE]

Communiqués de la C.I.P.RE [chronologie] :

Communiqué de la C.I.P.R.E, fin de la grève de la faim

Mexico: 50éme jour de Grève de la faim de la C.I.P.R.E.

Mexico: La grève de la faim, une stratégie de lutte, Fernando Barcenas

Mexico: La Coordination Informelle des Prisonniers en Résistance (C.I.P.RE) annonce une grève de la soif à partir du 10 août 2015

Prisonniers de la Coordination Informelle des Prisonniers en Résistance (CIPRE) après 33 jours de grève de la faim.

Communiqué de presse grève de la faim de la Coordination Informelle des Prisonniers en Résistance – C.I.P.R.E.

Déclaration de Fernando Barcenas Castillo à propos de la grève de la faim.

Déclaration collective. Coordination Informelle des Prisonniers en Résistance en Grève de la faim

Grève de la faim de la Coordination Informelle des Prisonniers en Résistance

Message de la Coordination Informelle des Prisonniers en Résistance

 


GIRA DE DEFENSORAS DE DERECHOS HUMANOS DE GUATEMALA (en Madrid, 7 y 8 de Septiembre)

exigimosLa Plataforma de Solidaridad con Chiapas y Guatemala de Madrid y las organizaciones Asociación de Mujeres de Guatemala y Amigos de la Tierra reciben entre el lunes 7 el miércoles 9 de Septiembre a las defensoras de
Derechos Humanos del Norte de Huehuetenango, Alba Cecilia Mérida y Maria Victoria Pedro Mateo, muy cercanas a los presos políticos injustamente criminalizados y encarcelados en la región con motivo de su resistencia pacífica a la implantación de hidroeléctricas y megaproyectos por empresas trasnacionales.

En concreto, la empresa transnacional de origen español HIDRALIA, propiedad de los hermanos Castro Valdivia, especializada en la explotación de los recursos hídricos cuenta con las filiales Generadora San Mateo S.A., Promoción y
Desarrollo Hídricos e Hidroeléctrica San Luís y la Empresa cinco M. S. A. instaladas respectivamente en los municipios de Santa Cruz Barillas, San Mateo Ixtatán y Santa Eulalia. Las poblaciones de los tres municipios, haciendo uso de su derecho avalado por el Convenio 169 de la OIT y amparado por la actual legislación guatemalteca, han realizado masivas consultas en las que sus pobladores han expresado su rotundo rechazo a la explotación de cualquiera de sus recursos naturales por parte de las empresas extranjeras.

Es de conocimiento público que Hidro Santa Cruz opera en el municipio de Barillas sin licencia social, es decir, sin la aceptación mayoritaria de la población. A falta de consenso comunitario, obtiene respaldo a través de engaños (inicialmente compraron tierras para sembrar cardamomo); métodos violentos (contratación de empresa de seguridad y operadores militares); promoción de la división comunitaria; alianzas con el poder político, judicial, militar y paralelo; amenazas a líderes; persecución y re-persecución (nuevos delitos) judicial.

La gira de estas dos defensoras tiene como objetivos visibilizar las luchas en defensa del territorio en el Norte de Huehuetenango y sensibilizar sobre la problemática de la defensa del territorio, la criminalización y judicialización de las luchas en Guatemala, a través de entrevistas y reuniones con colectivos y organizaciones de solidaridad y con oficinas y organismos de
Derechos Humanos (Amnistía Internacional, MAEC,
Defensor del Pueblo, etc.)

Vídeos de presentación de la gira:

Cecilia Mérida: https://drive.google.com/file/d/0B6Jj-IlYLET4eXM2a2NtSkJUS1U/view?invite=CPLciqsF&pli=1

Maria Victoria Pedro Mateo: https://drive.google.com/file/d/0B6Jj-IlYLET4ZHltOE1fOENyRU0/view?invite=CNfa5sAC&pli=1

 

 

 

 

 

 

Zapatista News Summary for August 2015

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Zapatista News Summary for August 2015

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In Chiapas

 

  1. Level 2 of the Zapatista Escuelita: The “second grade” of the course is now available online for students who passed the first level, held in Chiapas in 2013 and 2014. Groups of approved students are gathering together to watch the video and prepare their questions. Only those who passed the first level have the password for the video.
  1. Anniversary of Caracoles: The twelfth anniversary of the birth of the Caracoles and the creation of the Good Government Juntas (JBG) is celebrated in all the Caracoles on August 8th.
  1. Two murderers of Galeano are free: On August 18th the EZLN denounce in a communique, signed by Subcomandantes Moisés and Galeano, that two of the intellectual authors of the murder of the Zapatista teacher José Luis Solís López, Galeano, on May 2, 2014 in La Realidad, have been declared innocent and freed, “despite that fact that they and their accomplices in the CIOAC-Histórica know that they are guilty of organizing the crime.” They have returned: “fat and happy, to their homes in the village of La Realidad. They were supposedly being held prisoner for the murder of our teacher and compañero….they have been declared innocent of this crime by the same people who financed and supported them: the federal and Chiapas state governments.” “Truth and justice will never, ever come from above. We will have to construct them from below.”
  1. EZLN new book; More presentations of the book “Critical Thought against the Capitalist Hydra” volume 1 are made at places like Cideci and Nemi Zapata in Chiapas, in other parts of Mexico, and internationally.
  1. Banavil: On August 3rd, the forcibly displaced families from the community of Banavil, municipality of Tenejapa, return temporarily for a period of 15 days to work their lands, in order to be able to sustain their families. Frayba denounce that this return is happening without the agreed guarantee of minimum safety conditions from the Mexican State. While they are there, the Tseltales denounce that the women and children have become ill with cough and fever, and that they found that their lands have been invaded, trees and fences cut down, and the boundaries moved. The return is accompanied by 100 people, including human rights observers and independent media. A new film is released about their struggle.
  1. Primero de Agosto: The 17 forcibly displaced Tojolabal families denounce new threats from members of CIOAC-H from Miguel Hidalgo, including firing shots in the air from close by.
  1. Las Abejas de Acteal: The civil society organisation calls a press conference for the anniversaries of 2 months since the murder of Manuel López, which has not been investigated, and of 6 years since the release of paramilitaries responsible for the massacre. “In Mexico there is a pestilential disease called impunity.” A photographic exhibition on the process of the construction of justice is opened. Confusingly, a group of ex-members of Las Abejas, called “Council of Pacifist Sowers of Peace, Voice of the Civil Society Organisation of ‘Las Abejas,’” set up in 2014, also mark the same occasion, with a “Day for Historical Memory, Justice and against Impunity.”
  1. No medical treatment for the Selva Lacandona: The air ambulance service to 11 remote indigenous communities in the Selva Lacandona ceases operation because the Chiapas government has failed to make the promised payments for the service for the last 2 years, owing nearly 2 million pesos. This leaves over 20,000 people without access to emergency medical care, medical staff, medication or vaccines. To reach the nearest hospital, in Ocosingo, requires a 9 hour walk across the mountains to reach the nearest track. The journey is then another 6 hours in a pickup truck over a dirt road.
  1. New road from San Cristobal to Palenque: Press sources say that following the failure of the new super-highway project, due to the amount of local opposition, the federal government will invest three thousand million pesos in modernising the existing road.

 

  1. Attacks on the offices of Sipaz: Between Friday, August 14 and midnight August 17, 2015, the office of the organization of international observation and accompaniment, the International Service for Peace (SIPAZ) in San Cristóbal de Las Casas, Chiapas, was trespassed. Money was stolen and an intimidating note left. On the night of August 17/18, the office was broken into again. Human Rights organisations demand guarantees of the personal safety and integrity of members of Sipaz.

 

  1. Three Bachajón political prisoners released: Three young Tseltales from the ejido San Sebastián Bachajón, Juan Antonio Gómez Silvano, Mario Aguilar Silvano and Roberto Gómez Hernández, are released from the prison in Yajalón on 18th August, following an amparo which recognised that they were detained illegally and tortured. They were arrested on 16th September, 2014. Three other indigenous men from Bachajón who are imprisoned unjustly remain incarcerated.
  1. New threats in Simojovel: The Pueblo Creyente from Simojovel denounce an increase in threats, attacks on the Casa Parroquial, and death threats to Father Marcelo Pérez Pérez, and to the President and members of the Parish Council. In a letter of 24th August, they list the most recent incidents.
  1. Frayba: The lawyer Pedro Faro Navarro becomes the new director of Frayba.

14: Cideci: Celebrates its 26th anniversary

  1. Confrontation in Ocosingo: The paid media is carrying stories of an argument with bullets over land in the community of “El Nuevo Paraiso” in the municipality of Ocosingo. We must await confirmation/elucidation/denial from the JBG.

Other

 

  1. Murders in Mexico City: Alejandra Negrete, Yesenia Quiróz. Mile Virginia Martín, activist Nadia Vera and journalist Ruben Espinosa, who collaborated with Proceso magazine and other media, are murdered in Mexico City. The killing of Espinosa marks a new level of violence against journalists, as he is the first to be killed while in exile in Mexico City. Vera is the 36th women’s rights defender to be murdered in Mexico since 2010. Since the attack on Vera and Espinosa, two more journalists have been assassinated in Veracruz and the offices of a local newspaper have been firebombed. In total, 12 journalists who cover Veracruz have been killed since December 1, 2010. Mexico today is the second most dangerous country in the world for journalists, at least 107 having been killed since 2000. Less than 10 percent of the cases have resulted in the sentencing of a responsible party. Mexico also has the second highest rate of impunity in the world.
  1. Miguel Ángel Jiménez, who helped uncover mass graves around Iguala, is found shot dead inside his taxi on the outskirts of Acapulco.  Miguel was a political activist who played a prominent early role in the search for 43 missing students and others in southern Mexico.
  1. Threats to native corn:court decides to lift the preventative (precautionary) measure that for the last two years has halted the process of authorizing planting permits for GM corn, and that has prevented transnational businesses, including Monsanto and Syngenta, from planting GM corn in Mexico. An appeal against this decision is filed immediately by Demanda Colectiva, who brought the original lawsuit that blocked the sowing of GMOs in the country. This means that GM corn cannot yet be sown.
  1. Ayotzinapa: After eleven months of searching, on 26th August the 15th Global Action for Ayotzinapa is held, with a presence at the embassies of several countries and a march in Mexico City marked by police aggression. The demonstrators demand that the federal government extend for another six months the time for the Interdisciplinary Group of Independent Experts (GIEI) from the Inter-American Commission on Human Rights (IACHR) to continue its investigations into this crime. This has now been extended by 2 monhs.
  1. Tlachinollan: The Human Rights Centre of the Mountains of Guerrero reaches its 21st anniversary, demanding truth and justice for Ayotzinapa.
  1. Yaqui leader free: Fernando Jiménez, leader of the Yaqui tribe, is released on 27th August, after a year of unjust imprisonment. He was imprisoned together with Yaqui spokesperson Mario Luna, who remains in prison.

 

  1. 25,000 disappearances since 2007: On August 27th, Amnesty International presents a report to mark the International Day of the Disappeared. The report states that since 2007 almost 25,000 people have disappeared in Mexico. AI reports that almost half the disappearances, 12,500, have occurred during the current administration. They cite the disappearance of the 43 Ayotzinapa students as a case with great impact worldwide. AI has organized a campaign of letters in Spanish called #Noesnormal, urging the president of Mexico, Enrique Peña Nieto, to adequately investigate the thousands of disappearances.

The latest edition of Boca en Boca is available here: https://dorsetchiapassolidarity.wordpress.com/2015/08/28/boca-en-boca-35-august-2015-english/


The Energy Reform vs the Rights of the Indigenous Peoples

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The Energy Reform vs the Rights of the Indigenous Peoples

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Miguel Concha
La Jornada, 29th August, 2015

According to Convention No. 169 of the International Labour Organization, indigenous peoples are those who descend from the populations that inhabited the country, or a geographical region to which the country belongs, at the time of conquest or colonization or the establishment of present state boundaries and who, irrespective of their legal status, retain some or all of their own social, economic, cultural and political institutions.

A fundamental condition in order to be subject to indigenous rights is that indigenous peoples and their members are fully aware of their identity. In this article, I will address two rights that I consider basic in order for indigenous peoples to live in freedom under all the rights that have been recognized to them: the right to self-determination and the right to land. The first recognizes the freedom of indigenous peoples to decide the ways that allow them to continue their traditional lifestyle. The second grants them special importance with regard to their relationship with the lands or territories they occupy and use in some way or another, in particular the collective aspects of this relationship.

If we talk about land, we are touching on the relationships that people have forged and continue to forge in this vital space where they develop a cultural, spiritual, social, economic and political life that, in turn, lends itself to the construction of their identity. However, with the energy reform, the imposition of megaprojects on indigenous lands and campesinos is now legal, even though unwanted by the community.

download (1)Before the reform, the strategy was to intimidate and threaten in order to scare the indigenous population and force them to give rights of way over their land, ignoring not only the will of the people, but also the community assemblies that are fully viable political institutions in indigenous communities.

Such actions on part of the State are not far from reality in some villages of Tlaxcala, which remain in resistance to imposition of the Morelos pipeline, as this project is of no benefit to the population. On the contrary, this type of infrastructure is intended to strengthen the industrial sector, which in turn, needs a lot of energy to carry out its operations.

The pipeline is part of the Comprehensive Morelos Project, which consists of a combined cycle power plant that runs on both natural gas (the pipeline) and steam (an aqueduct) to produce electricity that will lead to the installation of new industrial cities along the pipeline through branches that distribute energy. It impacts 29 municipalities in three states, Morelos, Puebla and Tlaxcala.

Despite knowing the real impact of this work, the Federal Electricity Commission and the federal, state, municipal and community governments act with trickery and complicity to facilitate and expedite the construction, thus ignoring the will of community assemblies that have said “No” to the passage of the pipeline—both through their territories and elsewhere.

Community committees in San Vicente Xiloxochitla, San Jorge Tezoquipan, San Damiano Texoloc, and La Trinidad Tenexyecac in Tlaxcala, show clear signs of a struggle waged to defend the will of their assemblies. However, the communal decision as a whole is under fire by both the Mexican State and transnational private companies Elecnor, Enagas and Bonatti.

Approved by the energy reform, right of way to access oil and gas deposits is simply a way to deprive people of their freedom to decide which projects are carried out on their lands, and to impose other ways of relating to water, land, agriculture, traditions, rites, communal life and collective work.

Right of way to access oil and gas deposits—according to the new law on hydrocarbons—will be imposed over the will of the people. So, if they choose not to give up their lands for oil or natural gas wells, pipelines, hydroelectric or wind farms, the energy projects will be carried out anyway. To do so, companies and their invasive machinery will besiege communities from different parts of their territories in order to make the work done irreversible, taking into account neither any litigation in progress nor the violated rights of indigenous communities.

download (2)None of these energy projects, driven by governments and corporations, are intended to resolve the needs of communities, but rather to extend the plight of urbanization and industrialization that displace local cultural projects. The devastating consequences for their territories and people can already be seen.

However, the indigenous communities are still standing, demanding that the agreements generated in the community assemblies are respected. The pipeline is intended to cross densely populated areas like San Vicente Xiloxoxitla in the municipality of Nativitas; San Jorge Tezoquipan in Panotla, and Trinidad Tenexyecac, in the municipality of Ixtacuixtla.

In Trinidad Tenexyecac, the indigenous community makes its living through the creation of pottery, baked in ovens that generate temperatures of 950-1050 degrees Celsius. Since the pipelines pass less than a few meters away, residents are placed at high risk. They also pass 100 meters from Emiliano Zapata Distance Learning Middle School. In San Vicente Xiloxoxitla, the people make their living by the production of soft tacos, so burners are lit the major part of the day.

This all represents a great risk to indigenous communities. With the arrival of machinery and the force of law enforcement, they want to change their tranquillity and above all, their culture and way of life. For this reason, the communities are resisting—and they will not give up in the face of these projects.

Translated by Laura Turner

http://www.jornada.unam.mx/2015/08/29/opinion/018a2pol?partner=rss

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UK Zapatista Network

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IN THE YEAR OF THE 21st ANNIVERSARY OF THE WAR AGAINST OBLIVION…….

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This website provides information on Zapatista groups in the UK. These groups are providing solidarity to autonomous communities in Chiapas and to the wider social struggle in Mexico. They take inspiration from the Zapatistas’ example of organising autonomously and ‘from below’.

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Decolonizing critical thought and rebellions II

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Decolonizing critical thought and rebellions II

Buen Vivir

Translated by Chiapas Support Committee

By: Gilberto López y Rivas/II

The construction of another world in Latin America, according to Raúl Zibechi, is being carried out by means of organizations not state-centric nor hierarchical, which at times don’t even have permanent leadership teams and, as a consequence, tend to overcome bureaucracy, a traditional, elemental and very old form of domination. Women and youth play a new role in these new “modes of doing.”

In a first time criticism of the progressive governments, Zibechi identifies that, despite differences, all the processes have in common the continuity of the extractive model, either open sky mining, hydrocarbons or mono-crops. “In all the cases it’s about the production of commodities, the mode that neoliberalism assumes today in the region,” as well as the expansion of social policies that seek to neutralize the movements and buffer or impede conflict. “The map of the progressive governments and those of the left would have to establish a difference between those countries in which social action made the political system enter into crisis, like Venezuela, Bolivia and Ecuador, and those like Brazil and Uruguay, where stability has predominated, Argentina being in an intermediate situation.”

Upon questioning the principal dangers and benefits that the arrival in government of the progressive parties implies, Zibechi makes a remark, in my judgment transcendent, and starting from three scenarios: “The interstate relationships, in other words, the question of the governments, the relationship between movements and states, that is to say, the question of emancipation and the relationship between development and living well (buen vivir) [1], that is, post-development. If we look at the state question, the existence of the progressive governments is very positive, because within them is at play the relationship with the United States and with the big multinationals of the north, the crisis of imperialist domination that these governments accentuate. But, if we observe the question of emancipation or development, these governments have represented a step back. The problem is that there are social and political forces that cannot have any horizon other than being government, which converts them into administrators of the State.”

In the specificity of Latin America, Zibechi emphasizes that on the one hand “we have an official society, hegemonic, with a colonial heritage, with its institutions, its ways of doing things, its justice and all that. On the other hand, there is another society that has property in the remote rural areas and is organized into communities and also in the expanded urban peripheries. This other society has other ways and forms of organizing, has its own justice, its own forms of production and an organization for making decisions parallel to or at the margin of the established one.”

Our author maintains that indigenous practice questions various aspects of western revolutionary conceptions and denounces that only the State-centric can be theorized, coinciding with authors like Leopoldo Marmora, who in the middle of the 1980s made note of the Eurocentric roots of Marxism in the treatment of the national question and in the concept of “peoples without history.” “There are various themes that the Indian movement puts on the table. The first is their conception of time, the present-past relationship. The second is the idea of social change or revolution, the Pachakutik… The third is related to rationalism and to the relation between means and ends, which involves the ideas of strategy and tactics, as well as the question of program and of plan.”

In all these themes and processes, the role of the intellectual is important. Zibechi rejects being defined as an intellectual, even in the terms in which Lenin and even Gramsci plated them, and he prefers being called an activist/militant and thinker/educator, which in any case doesn’t stop him from being intellectual. He maintains, aptly, that many of the ideas of those who work in the movements are the patrimony of many people. “If people are at the centre of the movement, then the intellectual tends to be one more in the movement… therefore the intellectuals must also be in movement and move away from that place of being at the top of the people.”

Zibechi considers that the autonomic anti-systemic movements started a new era of social struggles or classes that is in its first phases. This new era is one of the self-construction of a world, with the necessity of passing over the taking of state power, and concentrating on the territories where these new worlds are being constructed. The most evident case is that of the Zapatista Caracoles, where forms of supra-communitarian power have been constructed, like the Good Government Juntas each of which unites hundreds of communities (although the federalism in Kurdistan also shows an unpublished experience in this conflictive region of the world). The Zapatista experience –Zibechi asserts– is a historic achievement that had never existed before in the struggles of those below, except for the 69 days that the Paris Commune lasted and the brief time of the Soviets before the Stalinist state reconstruction.

The reappearance of the EZLN, according to Zibechi, “combines historic positions (among which one would have to emphasize the rejection of the electoral scenario and the construction of homogenous and centralized organizations) with new developments that imply a different relationship with its support bases outside of Chiapas and, above all, a novel mode of intervention in popular sectors, consistent with demonstrating what they have been capable of constructing which, in reality, is teaching a distinctive and different path for transforming the world.”

In our author’s judgment, the Zapatista discourse recuperates the tradition of anticolonial resistance defended by Frantz Fanon, who emphasizes the existence of “two zones,” that of the oppressor and that of the oppressed, “those of above and those of below.” At the same time, Zibechi distinguished Zapatismo from other movements starting with integral autonomy, which leads them to reject aid and social policies from the government; the construction of organs of power on three levels, different from the forms of State power, inspired in the community; being a movement of youth and of women, and being consequently anti-capitalist.

[1] Buen Vivir – (Good living or living well, in English) is rooted in the cosmovision (or worldview) of the Quechua peoples of the Andes, sumak kawsay –or buen vivir, in Spanish– describes a way of doing things that is community-centric, ecologically balanced and culturally sensitive. In the concept of buen vivir, the individual lives in harmony with community, nature and culture.

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Originally Published in Spanish by La Jornada

Translation: Chiapas Support Committee

Friday, August 28, 2015

En español: http://www.jornada.unam.mx/2015/08/28/opinion/023a2pol

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Solidarité avec les prisonnier-e-s anarchistes !

Dans le cadre de la Semaine Internationale de Solidarité avec les prisonnier-e-s anarchistes : Solidarité avec les prisonniers anarchistes mexicains Fernando Barcenas et Miguel Betanzos, ainsi que pour Luis Fernado Sotelo…Liberté !

solidaridadanarksparisper015

Dans le cadre de la Semaine Internationale de Solidarité avec les prisonnier-e-s anarchistes, nous voulons envoyer une forte accolade et une salutation à nos compagnons qui se trouvent enfermés, nous voulons vous dire que nous sommes là, tenez-bon, gardez le moral et ne vous découragez pas. Nous avons fait une petite journée de « pegas » affichage à Paris et dans notre quartier en banlieue…simplement nous vous disons que nous ne vous oublions pas, que nous ne nous rendons pas et tel que vous nous le démontrez tous les jours, nous ne nous fatiguons pas !

Jusqu’à ce que nous soyons tous et toutes libres !
Liberté aux prisonnier-es anarchistes de toute géographie !
¡ Fuego a las cárceles !

Les trois passants

Appel : Semaine Internationale de Solidarité avec les prisonnier-e-s anarchistes


CONVOCATORIA DE TALLER PARA OBSERVADORES DE DERECHOS HUMANOS EN CHIAPAS, MÉXICO. 11, 12 Y 13 DE SEPTIEMBRE

beatriz-aurora-3La persistencia de violación de los derechos humanos en Chiapas (México) hace útil la presencia de observador@s de derechos humanos en las comunidades indígenas.

Para quienes quieran participar en las Brigadas de Observación de Derechos Humanos que acompañan a las comunidades la Plataforma de Solidaridad con Chiapas y Guatemala de Madrid convocamos a otro taller de preparación.

Es necesario reflexionar y poner en común conocimientos e ideas de en qué consiste la observación por los derechos humanos y cuáles son las funciones de quienes participen en las brigadas.

También se proporcionará información actualizada sobre la coyuntura mexicana actual, autonomía zapatista, formas de acompañamiento, seguridad, salud, etc.

La asistencia al taller es imprescindible para obtener el aval que acredite ante algunas organizaciones mexicanas y que se da a quienes compartan el proyecto.

El taller se realizará durante el viernes por la tarde y el fin de semana completo. Por anticipado os pedimos paciencia y participación, para abordar de una forma más dinámica tantos contenidos.

Si conocéis más gente que esté interesada en hacer el taller no dudéis en invitarles y comunicárnoslo cuanto antes.

Para realizar el taller es necesario:

1. Confirmación de asistencia a brigadas_plata@nodo50.org Así podremos saber con cuánta gente contar y organizarnos mejor.

2. Haberse leído los documentos que os enviaremos y visto el documental cuyo enlace os pasaremos para tener una base sobre la que trabajar.

3. Enviarnos al mismo mail vuestras respuestas al cuestionario que encontraréis al final de este mensaje. Nos será de gran ayuda para conocer vuestras expectativas y necesidades respecto al taller.

Para cualquier duda, escribidnos y trataremos de solucionarla!!

Horario del taller:

Viernes 11 de septiembre de 19 a 23 h (Se ruega puntualidad)

Sábado 12 de septiembre: 10h (Durará todo el día, con descanso para comer)

Domingo 13 de septiembre de 10-15h. (si no nos da tiempo es posible que sigamos por la tarde, tratar de no ocupársela)

Nos vemos pronto

Salud y saludos!!

LaPlata

Cuestionario: Las contestaciones deben ser concisas y breves (no más de tres líneas).

1.- ¿Qué conocimiento tienes de Chiapas/ zapatismo?

2.- ¿3 razones más importantes para ir?

3.- ¿Qué esperas aprender en el taller?

4.- ¿Qué problemas crees que te puedes encontrar? ¿Qué es lo que más te preocupa?

5.- ¿Cuál es tu plan de viaje, si lo tienes (fechas, rutas…)?


NO A LA GUERRA
PLATAFORMA DE SOLIDARIDAD CON CHIAPAS Y GUATEMALA DE MADRID
Calle San Cosme y San Damián nº 24 2º2 28012 Madrid – España
www.madridconchiapasyguatemala.org
solchiapas@nodo50.org

25,000 Persons Disappeared since 2007; 12,500 in 3 Years of Peña Nieto’s Administration – Amnesty

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25,000 Persons Disappeared since 2007; 12,500 in 3 Years of Peña Nieto’s Administration – Amnesty

   Salil Shetty, Secretary General, Amnesty International Photo: Amnesty International

Salil Shetty, Secretary General, Amnesty International Photo: Amnesty International

In listing emblematic cases of enforced disappearance, Amnesty International cited the disappearance of the 43 Ayotzinapa students as a case with great impact worldwide. The AI report states: “Even with the world’s attention on the case, Mexican authorities have failed to properly investigate all aspects of the case, especially the disturbing criticism regarding complicity of the armed forces.”Aristegui Noticias

Like Gambia, Syria, Sri Lanka and Bosnia and Herzegovina, Mexico is a country whose government uses enforced disappearance to silence their critics and instil fear, reported Amnesty International (AI).

On August 27, Salil Shetty, Secretary General of Amnesty International, presented a report to mark International Day of the Disappeared, which reveals that since 2007—i.e., during the administrations of Felipe Calderón [2006-2012] and Enrique Peña Nieto [2012- ]—almost 25,000 people have disappeared in Mexico.

AI reported that almost half the disappearances, 12,500, have occurred during the current administration. AI then added that “governments in all regions of the world, from Syria to Mexico and from Sri Lanka to Gambia, could have hundreds of people, and even thousands, locked away in secret.”

AI has asked the Government of Mexico to solve the problem of disappeared persons. To this end, it has organized a campaign of letters in Spanish called #Noesnormal, urging the president of Mexico, Enrique Peña Nieto, to adequately investigate the thousands of disappearances. http://alzatuvoz.org/noesnormal/

AI’s letter to Enrique Peña Nieto:

Enrique Peña Nieto
President of the Republic 

Mr. President, 

I am writing to express my deep concern about the human rights crisis that Mexico is going through. 

It is time for authorities to recognize that the abductions and enforced disappearances in Mexico are one of the issues that has framed this crisis and to fulfil their obligation to implement effective measures to combat it. Therefore, I ask that the following steps be taken; namely, that:

– Protocols and teams for ‘rapid search’ be established for all cases of disappeared persons.

– Comprehensive law on enforced disappearance be adopted that would include the declaration of absence owing to disappearance.

– Single register of disappeared persons be created.

– Legislative measures be adopted to ensure that enforced disappearances committed by the military against civilians be investigated and tried by civilian authorities.

– Investigations be thorough, exhaustive to the last line of investigation and facilitated by the participation of persons close to the victims.

Also, I ask that you prevent and punish acts of intimidation and harassment against families of disappeared persons and against the organizations that support them. 

Sincerely, 

SIGNED

Translated by Jane Brundage

http://aristeguinoticias.com/2908/mexico/12500-personas-desaparecidas-durante-el-sexenio-de-pena-nieto-amnistia/

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