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Huelga de hambre Miguel Peralta, preso político de Oaxaca

que tal compas,

les escribimos nuevamente para compartirles que nuestro compañero Miguel, ha iniciado una huelga de hambre el día de hoy viernes 19 de octubre para exigir al juez Juan León Montiel, encargado del Juzgado Mixto de Primera Instancia de Huautla de Jiménez, que cumpla imparcial y objetivamente con su trabajo, que la resolución de la sentencia no demore y que sea puesto en libertad, para que su salud no se vea afectada.

Cualquier muestra de solidaridad en estos momentos será de gran apoyo para él

Declaración de Miguel

¡Huelga por la libertad!
¡Hambre por la verdad!

Okupo mi cuerpo como una herramienta de guerra.
Mis anticuerpos serán el arma para esta batalla.

La solidaridad como roca, y el agua como escudos del naxinandá,
surcaran sobre el tiempo purificando las mentiras.
Hoy continuaré resistiendo sin alimentos hasta volcar los falsos señalamientos.
Pero la rabia y el fuego traspasando fronteras cobijaran mi espíritu, animándolo.

No cederemos hasta recuperar la libertad.
Abajo los muros de las prisiones

Miguel Peralta
salud y libertad

Arabia Saudita, un regno violento su cui tutti tacciono

Oggi i riflettori di tutto il mondo sono puntati sull'uccisione di Jamal Khashoggi, avvenuta all'interno dell'Ambasciata dell'Arabia Saudita ad Istanbul.
Al di là dei dettagli relativi all'uccisione, degni di un film giallo, resta comunque la cruda realtà di un omicidio che si inscrive appieno nella gestione del potere del nuovo sovrano saudita, Mohammed Bin Salman.

Khashoggi, legato in passato alla Casa Reale, a suo tempo uno dei pochi giornalisti che avevano intervistato Osama Bin Laden, al giorno d'oggi era autoesiliato negli Stati Uniti. Era columnist del Washington Post e critico verso l'attuale sovrano saudita. Un uomo sicuramente a conoscenza dei segreti e dei lati più oscuri della storia del Regno Saudita degli ultimi trent'anni. Come ha scritto John R. Bradley sullo Spectator,:“La sua è la storia di un uomo inestricabilmente inserito nelle dinamiche di una famiglia reale che «funziona come la Mafia». Una volta che sei entrato a farne parte, è per la vita, e se provi ad uscirne, diventi spazzatura”.

A seconda dei commentatori, Khashoggi viene definito come giornalista critico oppure uomo di potere legato attualmente ai Fratelli Mussulmani, considerati nemici dell'Arabia Saudita e notoriamente legati alla Turchia .

La storia di Khashoggi va inserita nello scontro politico per l'egemonia dell'intera regione e non solo in atto all'interno della vasta area dell'Islam politico, nella sua accezione più ampia. Un conflitto che ha come protagonisti stati come l'Arabia Saudita, la Turchia, l'Iran, ognuno con i suoi alleati regionali ed internazionali e con i suo legami religiosi.
Uno scontro che si combatte con guerre per procura, come quella in Siria o in Yemen, con tutti i devastanti effetti negativi che deve affrontare, come sempre, la popolazione civile. Basta pensare che la vita oggi in Yemen è impossibile: acqua corrente ed elettricità scarseggiano, il cibo non si trova e il prezzo della farina è quadruplicato. La guerra iniziata tra il 25 e il 26 marzo del 2015, è stata definita dalle Nazioni Unite «uno dei peggiori disastri umanitari del mondo».

In questo scenario quello che è successo a Khashoggi dovrebbe servire a accendere definitivamente i riflettori su cosa succede veramente in Arabia Saudita in termini di quelle che vengono definite “violazioni dei diritti umani”.

Questo dovrebbe valere per tutte le vittime della repressione saudita.
Ma pare che nei rapporti con l'Arabia Saudita più che i diritti internazionali violati valga il business.
In cima alla lista degli affari la vendita di armi. Stiamo parlando di un'attività che riguarda anche l'Italia: decine di milioni di euro in bombe vendute ai sauditi, che le usano in Yemen, come descritto dall'Osservatorio diritti.

Non va poi dimenticato l'importanza del giovane sovrano saudita per il business finanziario globale.
Il suo "Piano Vision 2030" che consiste nella creazione di un Fondo sovrano saudita per agire nei vari fondi d'investimento internazionali per sganciarsi definitivamente dai soli profitti petroliferi, spazia dall'innovazione tecnologica fino ad arrivare anche al settore spaziale. Un gettito di dollari da cui nessuno vuole essere escluso.

In Arabia gli ideali, i sogni e anche le passioni hanno un prezzo molto alto: i più fortunati li pagano con la detenzione pluriennale mentre i più sfortunati anche con la vita.
Di certo non si rispetta l'articolo 9 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo che è volto a proibire non solo la tortura, ma anche ogni trattamento crudele, inumano e degradante, visto che frustate, lapidazioni e varie forme di violenza sono alla base della gestione quotidiana della "giustizia".
La legislazione sulla sicurezza nazionale è così generica da far rientrare tra gli atti di terrorismo anche forme di opposizione pacifica, come quelle di blogger e attivisti per i diritti umani incarcerati per aver espresso le loro opinioni.
Khashoggi, dunque non è l'eccezione ma la regola.

Chi si oppone realmente al regime saudita è destinato a fare sempre una brutta fine. Il caso di Raif Badawi come di altri blogger ed attivisti incarcerati ne è un esempio lampante.

Raif Badawi è un giovane blogger saudita di 31 anni, animatore del sito internet Liberal Saudi Network, un forum pensato per discutere di vari argomenti sociali, tra cui anche la religione, attualmente si trova in carcere, perché è stato condannato a dieci anni di prigione e 1.000 frustate nel 2013.

La colpa, se così si può chiamare, di Badawi resta quella di aver pensato di poter esercitare la libertà di pensiero, che in Arabia Saudita è però un crimine.

Dopo la condanna Raif è stato sottoposto ad una prima scarica di 50 frustate nel gennaio del 2015. Ferito in maniera grave è stato riportato in carcere e nonostante l'ampia campagna internazionale per la sua liberazione, è ancora detenuto in attesa di scontare tutta la pena.

In prima fila a coordinare la campagna per la sua liberazione è la giovane moglie, Ensafar Haidarche ha dovuto fuggire in Canada con i figli.

Questo è il volto reale di un paese che, tranquillamente siede negli organismi internazionali, senza che nessuno pensi seriamente di chiedere conto al giovane sovrano Mohammed Bin Salman di come quotidianamente vengono violati i diritti umani di donne e uomini.

Anzi il fatto che a giugno 2018 il regime abbia eliminato il divieto di guida per le donne (...sic!) è stato visto come un grande balzo in avanti.
Peccato che in carcere restino ancora alcune delle attiviste che hanno capeggiato la protesta !

Alcuni commentatori di fronte l'assordante ipocrisia internazionale che copre l'operato di Mohammed Bin Salman, dicono che forse l'unico vero motivo di preoccupazione del sovrano sia capire come tenere insieme una forte liberalizzazione in campo economico con una forte mancanza di libertà individuale.
Finora questa sintesi è riuscita solo alla Cina. Bisognerà vedere come farà il regno dell'Arabia Saudita, che di certo non sembra propenso a limitare la stretta repressiva.

Non sarà la comunità internazionale ad imporgli dei cambiamenti, visto che di fronte alla brutalità dell'omicidio Khashoggi, tutti, Trupm in testa, sembrano solo impegnati a cercare di trovare una maniera soft per far passare in secondo piano le responsabilità dirette della corona.

Brasile: le comunità quilombas in lotta contro una seconda schiavitù

Durante gli anni della schiavitù americana a migliaia furono deportati da diverse zone dell'Africa per lavorare nelle piantagioni e nelle industrie della zona del Salvador. Tre milioni furono gli africani impiegati dagli schiavisti brasiliani: per ogni schiavo che arrivava in Nord America, dodici erano pronti a sbarcare nei porti brasiliani. Col tempo questi ultimi, nonostante le le logiche schiaviste volte ad evitare la formazione di piccole comunità nelle riserve, hanno costituito la nervatura del sistema di lavoro delle colonie e, in termini demografici, sono andati a costituire circa la metà della popolazione in loco.

Le condizioni erano durissime, i tassi di mortalità incredibilmente alti. Si trattava di luoghi inaccessibili ai colonizzatori bianchi, dove i fuggitivi vivevano di sussistenza, replicando usanze e riti ereditati dal passato africano.

Questo fino al 13 maggio 1988, quando in Brasile venne formalmente abolita la schiavitù, ma per le comunità di schiavi originari dell'Africa questa data rappresenta solo l'inizio di una seconda segregazione.

Dal 14 maggio per loro non c'è stato un piano di politiche pubbliche integrative, nessun livello di sanità garantito, niente cibo. Tutto ciò fino al 2002 quando il Presidente Lula avviò, attraverso il decreto 48/87, la procedura di riconoscimento delle comunità nel Paese. Nati dagli schiavi che fuggivano dalle proprietà dei negrieri i quilombas ad oggi riconosciuti in Brasile sono circa 5mila. Distribuiti su tutto il Paese, ma prevalentemente organizzati nella zona del Rio Paraguacu (Salvador), i quilombas incontrano ancora oggi numerose difficoltà.

La prima, secondo il difensore dei diritti umani Ananias Vian, è il mancato riconoscimento della storia di queste comunità che non viene menzionata nei libri scolastici, scritti con visione eurocentrica e colonizzatrice. Proprio per questo è stato avviato un progetto per la realizzazione collettiva di un testo paradidattico che riconosca la storia delle comunità afro. Il libro si chiama Rapporto antropologico di contestualizzazione storica e geografica della comunità ed è stato scritto nell'ultimo anno da una squadra di antropologi, storici e geografi per ricostruire l'origine e lo sviluppo di questa comunità antica e in attesa di riconoscimento.

Questo è lo strumento che ci permetterà di ottenere quanto ci spetta di diritto, è il primo passo di una strada che dobbiamo continuare a percorrere insieme

Una sorta di carta d'identità, tappa fondamentale per vedere certificati la propria esistenza e soprattutto l'accesso alla terra che il gruppo rivendica.
In loco, infatti, la cultura afrobrasiliana non solo non viene riconosciuta, ma viene anche apertamente messa al bando dalle numerose comunità religiose di evangelisti presenti nella zona che arrivano a bollare come culti diabolici le tradizioni locali.
Come spiega Leonardo di Blanda di COSPE Brasil, onlus attiva localmente con diversi progetti, i problemi non si esauriscono sul piano culturale, ma si manifestano trasversalmente su tutti gli aspetti della vita dei quilombas, a partire dalle terre su cui questi vivono.
Con l'abolizione della schiavitù le comunità afrobrasiliane si sono trovate a vivere dove prima venivano sfruttate, senza nessun documento di passaggio di proprietà. I quilombas hanno quindi nel tempo avviato dei processi di autocertifiazione molto lunghi ed onerosi che vengono spesso ostacolati dal fenomeno dei grilleiros, persone che rivendicano con titoli fittizi la proprietà sulle terre, il più delle volte parenti dei vecchi schiavisti della zona.
Il modo più importante per rivendicare i propri diritti è senza dubbio la gestione di numerose organizzazioni locali, con cui collaborano ong e onlus come Cospe, insieme al lavoro del Consiglio Quilomba. In esso si riuniscono uomini, donne, giovani e anziani e, a differenza delle quote rosa europee, il rapporto tra questi deve essere di uno a uno.
Viene messa in primo piano la dimensione della collettività, anche per l'importanza che questa ha per la realizzazione di progetti di investimento. In queste comunità il ruolo della donna è centrale e fondamentale: sono viste da tutti come le figure forti che riescono a gestire meglio degli uomini le aziende e le attività locali.

Le comunità quilombe propongono un modello di sviluppo sostenibile ed aperto: al turismo convenzionale contrappongo un sistema che sappia regalare ai visitatori una conoscenza approfondita delle comunità. Non solo foto, dice Ananias, ma anche coinvolgimento diretto nelle attività del luogo come l'estrazione delle ostriche, della farina e dell'olio di palma, principali risorse del luogo che, oggi, sono messe a dura prova dalle espansive monocolture di eucalipto.

La schiavitù è stata abolita, ma i nostri antenati sono stati lasciati senza nulla. Così abbiamo continuato a essere schiavi di un sistema di sfruttamento capitalista

Questo modello sostenibile, inclusivo e basato sulla condivisione pacifica deve però fare i conti ora con le spinte razziste dalla natura segregazionista e razziale che la figura di Bolsonaro sta incentivando. Aumentano infatti gli omicidi di quilombas, anche da parte della polizia locale corrotta dai latifondisti e dai grilleros, in un conflitto a senso unico che viene criminalizzato per far sì che rimanga sconosciuto.
Dopo il colpo di stato del 2016 è stato messo in atto un sistema di sicurezza federale, che però non dà ottimi risultati, a partire dall'impatto negativo che può avere un dispiego massivo di polizia e forze armate in comunità che agiscono secondo le dinamiche della non violenza. Ecco perchè, oltre ad una buona advocacy, è di primaria importanza lo sviluppo di una vera e propria rete di difensori dei diritti umani in grado di permeare in tutta l'America Latina; da svilupparsi parallelamente ad un sistema di sicurezza efficace come quello che, clandestinamente, le comunità afrobrasiliane stanno cercando di elaborare per salvaguardare figure come Ananias Viana.

In tutto questo, il futuro che si prospetta dopo il risultato del 48% raccolto da Bolsonaro è molto incerto viste le dichiarazioni dai contenuti violenti e razzisti che il candidato alla presidenza della Repubblica fa, mettendo in pericolo non solo le minoranze culturali del Paese, ma anche la posizione della donna nella società brasiliana.

Libération immédiate de Miguel Peralta !

tags : pl-fr,

Depuis ce vendredi 19 octobre, notre compa Miguel Ángel Peralta Betanzos, incarcéré depuis 2015 dans l'Etat de Oaxaca, est en grêve de la faim. Miguel est un compa libertaire originaire du village mazatèque de Nguixo (Eloxochitlán), où est né à la fin du 19e siècle le célèbre anarchiste mexicain Ricardo Flores Magon. En attente de son procès depuis déjà plus de trois et demi suite aux conflits secouant sa communauté et à la répression politique qui s'est abattue sur plusieurs dizaines de membres de l'assemblée communautaire de son village, il exige que "justice" soit enfin rendue, les preuves à son encontre étant totalement inexistantes. Toute marque de solidarité est plus que jamais nécessaire...

Message de Miguel

“Grève pour la liberté ! Faim de vérité !

J'okupe mon corps comme un outil de guerre.

Mes anticorps seront l'arme pour cette bataille.

La solidarité pour roc, et l'eau comme boucliers du naxinandá,
qui sillonneront le temps pour purifier les mensonges.

Aujourd'hui je continuerai à résister sans aliments jusqu'à mettre à nu les mises à l'index mensongères.

Mais la rage et le feu survolant les frontières veilleront sur mon esprit, lui donnant de l'énergie.

Nous ne céderons pas avant d'avoir récupérer la liberté.

A bas les murs des prisons

Miguel Peralta

Salut, et liberté.

NOTE SUPPLEMENTAIRE :

Ce lundi 22 octobre, 15 jours ont passé depuis l'engagement prononcé par le juge León Montiel de rendre dans les deux semaines le jugement de Miguel. Engagement non exhaucé... Pendant ce temps, Miguel est en grève de la faim depuis maintenant plusieurs jours, n'ingérant que de l'eau, des vitamines et du miel.

Ses proches lancent un appel urgent à prendre communication avec le Juge mixte du Tribunal de première instance de Huautla de Jiménez ou de lui envoyer un courrier électronique afin d'exiger qu'il ne laisse pas plus de temps s'écouler pour rendre à Miguel sa liberté ! Il est aussi possible de s'adresser au pouvoir judiciaire de l'Etat de Oaxaca, qui n'a jusqu'à présent exercé aucune pression sur le juge pour qu'il accomplisse son travail en temps et en heure. Ses proches les rendent responsables de l'état de santé de Miguel, car chaque jour supplémentaire voit son état de santé être un peu plus en péril. Plus de 3 ans et 5 mois lui ont déjà été volés, il n'y a pas de raison qu'il reste plus longtemps. Miguel restera en grève de la faim jusqu'à sa liberté !
Contacts :

Juzgado Mixto de Primera Instancia de Huautla de Jiménez Juez Juan León Montiel (0052) (01)236 378 03 24 juan.leon@tribunaloaxaca.gob.mx

Poder Judicial del Estado de Oaxaca Presidencia (0052) (01) 951 501 66 80 ext. 1 twitter : @Tribunal_Oaxaca

Dirección de Derechos Humanos del Poder Judicial del Estado de Oaxaca (0052) (01) 951 688 58 97

Communiqué suite à la mobilisation du 28 septembre 2018 dernier, afin d'exiger la libeération immédiate de Miguel Ángel Peralta Betanzos, prisonnier politique d'Eloxochitlán de Flores Magón, Oaxaca.

Eloxochitlán de Flores Magón, Oaxaca, 28 septembre 2018

Aux collectifs et aux organisations nationales et internationales

Au peuple en général

Aux médias

"On n'ouvre jamais les fenêtres, mais derrière, le feu s'agite et les illumine. Nous nous retrouvons hors du monde, dans la révision intense du passé, caressant la mémoire collective, réinventant l'essence de la liberté, noyés au plus profond de l'expresion naturelle. De la rage et de l'impuissance en cascades recouvrent peu à peu les murs. L'absence nous pousse à bout, tandis que les bottes écrasent notre identité”

Miguel Ángel Peralta Betanzos, prisonnier politique d'Eloxochitlán de Flores Magón, Oaxaca.

Eloxochitlán de Flores Magón est une commune située dans la Sierra mazatèque de l'Etat de Oaxaca. La majorité de ses habitants parlent le mazatèque, et se gouvernent au travers d'un système normatif interne. Cependant depuis 2010, les partis politiques ont tenté de s'immiscer dans la vie communautaire de différentes manières. L'une d'entre elles a consisté à protéger les agissements d'une famille de caciques du village qui, depuis cette année-là, a maintenu son contrôle politique sur la commune ; la famille Zepeda Lagunas.

Cela fait déjà huit ans que cette famille s'est chargé d'imposer son pouvoir par le biais de la répression, de la persécution et de l'incarcération [de ses opposants], fabriquant des délits factices à l'encontre des personnes qui se sont organisées afin de dénoncer leurs abus, et employant à son service des hommes de mains originaires de l'Etat de Mexico ou bien des municipalités des alentours. Ceux-ci ont occupé la mairie par la force afin de s'imposer comme autorités municipales, sans respecter l'Assemblée communautaire (qui est l'organe suprême de prise de décision de la communauté). Ils se sont enrichis par le biais de l'exploitation des ressources naturelles d'Eloxochitlán tels que les gravats, revendus par leur propre entreprise pour réaliser de soi-disant chantiers dans la municipalité.

Ils ont été accusés de torture, de coups et blessures, de spoliation des terres, de commettre des embuscades contre des personnes de la communauté, et même de coups et blessures contre un journaliste. Et cependant, malgré le fait que des plaintes aient été déposées et que des procédures juridiques soient en cours, aucun membre de cette famille n'a jamais été jugé pour cela.

En contrepartie, ce qui s'est effectivement passé c'est que leur pouvoir continue à s'accroître ; à Eloxochitlán de Flores Magón se vit la corruption et la plus totale impunité, appuyée sur le soutien dont peut compter cette famille de la part de différentes institutions de l'Etat, de partis politiques, des médias et de soi-disantes organisations des droits de l'Homme. Le dernier exemple en date est la permission accordée par MORENA durant les dernières élections afin qu'une de ses candidates en tant que député locale soit Elisa Zepeda Lagunas, membre de cette famille, et qui s'est fait passer pour une défenseuse des droits de l'homme avant de s'imposer par la suite comme présidente municipale d'Eloxochitlán, en violant à nouveau les formes d'élection internes, avant d'abandonner cette responsabilité quelques mois plus tard, pour acheter sa candidature pour plus de 5 millions de pesos.

Et tout cela, tandis que son père, Manuel Zepeda Cortés, a été convoqué par la chambre des comptes supérieure de l'Etat de Oaxaca afin de s'expliquer au sujet des dépenses publiques de la municipalité durant l'année 2013, dont le montant s'est élevé à près de 21 millions de pesos seulement pour ce qui concerne les ressources fédérales réparties au travers du mécanisme “28”, et alors que David Tello (époux d'Elisa) et d'autres membres de la familles sont accusés d'avoir commis des actes de torture à l'encontre des membres de l'Assemblée communautaire durant la période de leur imposition à la tête de la présidence municipale (2011-2013).

C'est la raison pour laquelle nous sommes ici aujourd'hui, afin d'exiger une fois de plus la liberté des sept prisonniers d'Eloxochitlán de Flores Magón, qui aux côtés de 28 autres personnes membres de l'Assemblée communautaire, ont été accusées en décembre 2014 par la famille Zepeda Lagunas. Ceux-ci, grâce au soutien économique et politique sur lesquels ils peuvent compter, ont réussi à manipuler la procédure juridique du dossier pénal 02/2015 ouverte auprès du juge mixte de Première instance de Huautla de Jiménez afin de bloquer par différents biais le processus judiciaire, provoquant en plus de ce fait le déplacement forcé de plus de 20 familles de la communauté. Nos compañeros ont déjà passé près de quatre années en prison et ont dû affronté un processus juridique rempli d'irrégularités judiciaires et de violations des lois internationales, nationales et locales.

Les propres délais définis clairement par ces mêmes normes n'ont jamais été respectés par le tribunal mixte, avec pour conséquence qu'à la date actuelle, ceux-ci se retrouvent encore dans une situation de vulnérabilité juridique venant prolonger leur emprisonnement, violant leurs droits et leur présomption d'innocence, tout en mettant un frein à l'organisation adéquate de leur défense et à l'accès à une justice prompte et expéditive.

Aujourd'hui 28 septembre, neuf mois précisément après que les avocats de Miguel Peralta, l'un de nos prisonniers, aient sollicité la fermeture de l'instruction en cours, cela suite à l'obligation qui lui a été faite d'abandonner sa demande de confrontation orale avec deux des témoins en charge qui, au bout de de trois ans d'instruction, ne se sont jamais présentés ; aujourd'hui, a enfin lieu son audience finale, appelée aussi audience visuelle, durant laquelle le juge Juan León Montiel, chargé du Tribunal mixte de première instance de Huautla de Jiménez, débutera l'étude de tous les tomes du dossier judiciaire afin de pouvoir dicter une sentence. Il faut rappeler que cette étape judiciaire ne devait pas tarder plus de deux mois. Cependant, bien que les tribunaux ne puissent sous aucun prétexte reporter, éluder, omettre ou nier les résolutions prises, suivant ce qui est consigné dans l'article 130 du code des procédures pénales de l'Etat de Oaxaca, cette procédure est en cours depuis près d'un an.

C'est la raison pour laquelle nous exigeons du juge Juan León Montiel qu'il accomplisse son travail et que le rendu de la sentence ne traîne pas plus longtemps, et que Miguel soit remis en liberté, vu que les délits qui l'ont maintenu en prison - lui tout comme les autres compañeros incarcérés d'Eloxochitlán de Flores Magón - ont été fabriqués et n'ont aucun fondement juridique, autre que les mensonges et la soif de pouvoir de la famille de caciques des Zepeda Lagunas, et parmi elles ceux des personnes accusatrices, Elisa Zepeda Lagunas, aujourd'hui député locale de Morena, ainsi que son père Manuel Zepeda Cortés.

Les faits antérieurs, qui peuvent de plus être consultés dans les tomes du dossier judiciaire 02/2015, ont été démontrés au travers d'autres résolutions judiciaires du Tribunal Supérieur de Justice de l'Etat de Oaxaca, des Juges de District et même justement du tribunal de Huautla, lors de la libération d'autres personnes emprisonnées pour les mêmes faits, et lors de l'obtention de l'annulation de plus de 18 ordres d'arrestation au vu du fait que les seules preuves existantes, c'est-à-dire les déclarations des sept témoins, sont génériques, contradictoires entre elles et invraisemblables. Ce sont donc des preuves dénuées de toute valeur probatoire, raison pour laquelle la responsabilité pénale des délits imputés n'a en aucune manière été démontrée.

C'est de cette manière que la famille de caciques Zepeda Lagunas a transformé la lutte menée afin de maintenir les formes d'organisation internes et le respect de son auto-détermination communautaire en un conflit juridique ayant abouti à une atmosphère de persécution, et au vol de la liberté de nos compañeros depuis plus de quatre ans. Dans la communauté mazatèque d'Eloxochitlán de Flores Magón, ni la tranquilité ni la “paix” ne sont au rendez-vous. Les gens vivent l'imposition de la répression, l'abus de pouvoir et le harcèlement dûs au contrôle exercé par les Zepeda.

Pour toutes ces raisons, NOUS EXIGEONS :

La prompte résolution de la sentencen et la liberté pour Miguel Ángel Peralta Betanzos !

La libération immédiate d'Herminio Monfil, Fernando Gavito, Omar Morales, Miguel Peralta, Jaime Betanzos, Isaias Gallardo et Alfredo Bolaños !

L'arrêt des ordres d'arrestation existant contre des membres de l'Assemblée Communautaire !

La liberté pour Eloxochitlán de Flores Magón, Oaxaca !

Proches et amis des prisonniers d'Eloxochitlán de Flores Magón, Oaxaca

SupGaleano: Hablar Colores – Parlare a colori.

Italia – “Hablar colores – Parlare a colori” del Subcomandante Galeano In Defensa Zapatista c’è un mondo nuovo, certo, ma anche qualcosa di più terribile e meraviglioso: la sua possibilità. E quando parla a colori, forse sta provando nuove forme di comunicazione per un mondo che neanche immaginiamo, però che lei considera che verrà, non […]

QuetZADcoatl contre l'aéroport de la ville de Mexico

tags : mexico, pl-fr,

Dans quelques jours, aura lieu la pseudo "consultation" organisée par Lopez Obrador pour décider si sera poursuivi ou non le chantier du nouvel aéroport de la ville de Mexico. Depuis la ZAD, des compas ont réalisé la vidéo ci-dessous en solidarité et en soutien à la campagne de mobilisation actuelle contre sa construction. Au Mexique et dans le monde, de nombreuses mobilisations contre le projet devraient avoir lieu le 25 octobre prochain !

QuetZADcohatl en contra del aeropuerto de la ciudad de Mexico

tags : mexico, pl-fr,

En unos dias, tendra lugar la seudo "consulta" organizada por Lopez Obrador para decidir si su gobierno seguira o no con la desastrosa construccion del nuevo aeropuerto de la ciudad de Mexico. En el marco de la campaña de mobilizacion en curso en contra del proyecto, compas de la "Zona A Defender" de Notre-Dame-des-Landes realizaron este video de solidaridad con la lucha en contra del megaproyecto. En Mexico y en mundo, muchas movilizaciones tendran lugar el proximo 25 de octubre... Solidaridad internacional !

"Hablar colores - Parlare a colori" del Subcomandante Galeano

In Defensa Zapatista c'è un mondo nuovo, certo, ma anche qualcosa di più terribile e meraviglioso: la sua possibilità.
E quando parla a colori, forse sta provando nuove forme di comunicazione per un mondo che neanche immaginiamo, però che lei considera che verrà, non senza la lotta necessaria e urgente per portarlo da qualsiasi luogo nel quale si trovi fino a questa reltà che soffriamo.
Non mi immagino niente di più zapatista che lo sforzo sintetizzato nell'azione di questa bambina.
Da Hablar colores - Parlare a colori, Subcomandante Galeano

Arriva dalle Montagne del Sud Est Messicano in Italia il nuovo libro di racconti del Subcomandante Galeano.
Ancora una volta dopo Ci sarà una volta, i racconti gravitano attorno a Defensa Zapatista, bambina indigena zapatista.
Attorno a lei si muovono nuovi e vecchi personaggi: dal dectetive zapatista Elias Contreras al GatoPerro, a Pedrito fino a Sherlock Holmes, accompagnato dal fidato Watson insieme.

Sullo sfondo la complessa semplicità dell'autonomia zapatista, l'incessante cammino delle comunità indigene nel costruire il loro presente di cambiamento, senza smettere di analizzare in profondità i meccanismi del potere, di quello che sta "in alto" e vive sfruttando "il basso", la natura, il pianeta.

Con l'ironia che sempre accompagna le storie che giungono dalla selva e le montagne del Chiapas, il Sup Galeano ci porta a riflettere su come per la costruzione di un altro mondo possibile le scienze e le arti siano fondamentali per svelare il presente ed immaginare il futuro.

Accompagnato dalle illustrazioni di Andrea il libro va guardato, letto e soprattutto immaginato perchè come dice il supGaleano "tutto quello che io racconto, è accaduto in ogni calendario, però in una geografia precisa: le montagne del Sud Est Messicano".

Subcomandante Galeano Hablar Colores – Parlare a Colori
L'edizione italiana di Hablar Colores è la fedele riproduzione, tradotta, di quella messicana editata e pubblicata dall'EZLN nel mese di agosto 2018.

Traduzioni
A cura di Comitato Maribel – Bergamo

La realizzazione del libro è stata possibile grazie alla decisione congiunta ed al contributo politico ed economico delle seguenti realtà:
* Ass. Ya Basta Caminantes - Padova * Ass. Ya Basta! - Milano * Ass. Ya Basta! Bologna * Ass. Ya Basta! Reggio Emilia * Ass. No Border Rimini * Ass. Ya Basta! Moltitudia - Roma * Comitato Chiapas “Maribel” – Bergamo * Comunità in Resistenza / C.S.A. Intifada - Empoli * Cooperazione Rebelde - Napoli * P.I.R.A.T.A. Piattaforma Internazionalista per la Resistenza e l'Autogestione Tessendo Autonomia * Progetto 20zln

Un particolare e sentito ringraziamento alla IEMME Edizioni
che ha contribuito alla pubblicazione di questo libro.

L'intero raccolto delle vendite del libro sarà devoluto alle comunità zapatiste dell'EZLN

Costo del volume 10,00 euro

A Padova puoi trovare il volume presso la nostra sede in Via Barbarigo 17

Puoi ricevere il volume anche a casa tua:
invia una mail con i recapiti per la spedizione a padova@yabasta.it

Costo 10,00 euro più 2,00 di spedizione per un TOTALE 12,00 euro

Pagabili :

- presso il conto corrente Banca Popolare Etica intestato Associazione Ya Basta - Onlus IT76D0501812101000011007374 con la causale: Libro Hablar colores - Parlare a colori

- tramite il nostro conto Paypal

Indice:
* Dal baule dei ricordi del SupMarcos: Durito e una delle Crepe .. e i Graffiti
* Dipende
* Il misterioso caso delle mantecadas sparite
* Che narra di come i due più grandi detective di incontrarono, un frammento di quello di cui Elias Contreras e il SupGaleano parlarono riguardo al caso della non più misteriosa sparizione delle mantecadas, e di quando Difesa Zapatista fece a pezzi la scienza del linguaggio, così come di alcune oziose riflessioni del Sup che cascano a proposito.

Dichiarazione II Assemblea Nazionale CNI-CIG-EZLN.

DICHIARAZIONE DELLA SECONDA ASSEMBLEA NAZIONALE DEL CONGRESSO NAZIONALE INDIGENO-CONSIGLIO INDIGENO DI GOVERNO Alle Reti di Appoggio al Consiglio Indigeno di Governo Alla Sexta Nazionale e Internazionale Ai popoli del Messico e del mondo Sorelle, fratelli: Dalla Seconda Assemblea Plenaria del Congresso Nazionale Indigeno e Consiglio Indigeno di Governo, svoltasi dall’11 al 14 ottobre presso il […]

#YoPrefieroelLago

#YoPrefieroelLago – Texcoco (Messico) – Io Preferisco il Lago In Messico una campagna per salvare il lago di Texcoco, chi ci vive attorno e l’acqua della capitale del paese minacciate dalla costruzione del nuovo aeroporto, sta inchiodando il governo alle proprie responsabilità (da RomaLevante.info). Con l’intenzione di impedire la costruzione del Nuevo Aeropuerto Internacional de […]